GATTI IN VESTE DI DONNA

Un bellissimo esemplare di British Blue

C’è un’associazione più tradizionale di quella che vede uniti donna e gatto? Moltissime religioni hanno almeno una dea protettrice dei gatti, e l’associazione continua ancora fuori dall’ambito religioso. Una donna può avere “movenze feline”; se protegge i suoi bambini è una “leonessa che protegge i suoi piccoli”; si parla di “tigre nel letto” per indicare la sua destrezza sessuale; la donna single con un gatto diventa una “gattara” e l’associazione continua anche nel mondo anglosassone: gli organi sessuali femminili sono “puss” o “pussy”, a volte “kitten”. La donna matura, “predatrice” di ragazzi più giovani, è una “cougar”, mentre l’uomo considerato poco virile è schernito con l’aggettivo “pussy”, come se essere associato alle donne e ai i loro organi sessuali fosse il massimo dell’insulto.

I gatti sono spesso visti anche come ostacoli a una potenziale relazione: una donna con un gatto non ha bisogno di un uomo, anteporrà sempre l’animale al partner, addirittura preferirà avere un micio piuttosto che un bambino. Un gatto è una calamità per l’ordine sessuale costituito!

Alcuni tratti negativi del gatto sono a volte associati alle donne: avidità, freddezza, imprevedibilità, egoismo, slealtà. Proprio per queste caratteristiche donne e gatti sono da domare e da tenere d’occhio, in modo che non fuggano o si ribellino. In più, i gatti vivono al di fuori del gruppo e non beneficiano quindi della sua protezione, così come ancora molte donne non trovano protezione all’interno della società.

Una statuetta della dea gatta Bast

Il gatto era il favorito di due tra le più importanti dee del pantheon egiziano (tre se consideriamo anche Sekhmet, la dea leonessa), Bast (o Bastet) e Iside e poteva vantare un trattamento degno dello stesso Faraone: era prevista la pena di morte per chiunque togliesse la vita a un gatto, ed è noto che i felini erano imbalsamati per godere della vita eterna presso la loro protettrice, Bast, dalla quale prese il nome la città di Bubastis, nota per la sua necropoli felina.

Bastet aveva una natura ambivalente: figlia di Ra, con il quale solcava il cielo durante il giorno, era anche legata alle tenebre. Di notte, infatti, si trasformava in gatto per difendere il padre dal serpente Apep (o Apophis), suo nemico giurato. Con il suo occhio che tutto vede, chiamato utchat, riuscì infatti a uccidere il serpente, garantendo che il sole continuasse a splendere sull’Egitto.

Dalla radice del suo nome egizio, Pasht, deriva la parola “passione”: Bast era anche la dea dei piaceri sensuali, e quale animale è più sensuale, nelle sue movenze, del gatto?

Il legame tra Iside e i gatti ha avuto ripercussioni sociali ben oltre la fine dell’impero egiziano dato che, con il Cristianesimo, i culti pagani non smisero di essere praticati e, anzi, la stessa Vergine Maria aveva molti, forse troppi tratti in comune con l’antica dea Iside: così come Horus, figlio di Iside, è nato senza un padre, così Gesù nasce senza l’intervento di un padre “fisico”; entrambe le dee sono eternamente vergini; l’arte le rappresenta come madri che tengono in braccio il bambino; quando Horus era piccolo, Iside lo salvò dal malvagio zio Seth, mentre Maria salvò Gesù dalla furia di Erode; entrambe sono chiamate “Signora della luce”, “Signora del cielo”, “Madre del mondo”, “Stella del mare”. Le corna di Iside sono probabilmente state convertite nella più rassicurante falce di luna su cui Maria posa i piedi in gran parte dell’ iconografia cristiana, mentre il disco solare è diventato la sua aureola. Alcune statue di Iside vennero addirittura rimodellate in modo da rappresentare la madre del nuovo salvatore.

Iside e Maria a confronto

Perché questa divagazione? Per spiegare i genocidi di felini e la tremenda nomea del gatto, soprattutto nero (colore sacro a Iside e ritenuto portafortuna dagli egizi), durante i secoli del cristianesimo. Associato a culti pagani “pericolosi”, divenne il simbolo del male, un demone divoratore di anime. Pare che San Domenico fosse stato attaccato da un demoniaco gatto nero con la lingua di fuoco, e che San Cadoco ingannò il diavolo consegnandogli un gatto nero invece dell’anima umana che il Maligno reclamava.

Il 1233 vide l’emanazione da parte di papa Gregorio IX della bolla “Vox in Rama”, che diede inizio all’Inquisizione e autorizzò lo sterminio in nome di Dio di tutti i gatti. Furono milioni i felini torturati, crocifissi, bruciati, sepolti vivi per garantire la solidità di una casa, uccisi per garantire la fertilità dei campi e la salute del bestiame, in una paradossale congerie di imposizione cristiana e recrudescenza pagana indotta proprio dal dogma di Dio.

“Diavolo e strega in forma di lupo e gatto”, stampa tratta dal “Compendium maleficarum” di F.M.Guaccio, 1626

Il legame strega-gatto nacque con la bolla papale “Summis Desiderantes”, emanata da Papa Innocenzo VIII, che servì da base per il “Malleus Maleficarum” (Martello delle streghe), una guida utilizzata dagli inquisitori per “riconoscere” i sintomi di stregoneria in una donna. Tra le migliaia di sintomi stregheschi, ovviamente, c’era il prendersi cura di uno o più gatti e molte donne furono costrette a confessare di avere avuto rapporti sessuali con Belzebù sotto forma di un grosso gatto nero.

Tra le usanze che coinvolgono gatti e stregonerie c’era quella di incidere una croce sulla pelle dei gattini appena nati per impedire che, al settimo anno di età, si trasformassero in streghe e molte donne furono accusate di tramutarsi in neri felini per andare a succhiare il sangue del bestiame nelle stalle o per spargere malattie durante la notte.

Come le presunte streghe, anche i gatti furono torturati tra sofferenze atroci; in particolare, a Metz si celebrò fino al 1777 una festa annuale in cui si chiudevano 13 gatti in gabbie di ferro date alle fiamme sulla pubblica piazza per proteggere i cittadini dalle malattie; a  Ypres, invece, si lanciavano ogni anno gatti vivi dalla torre di Korte Meers. Questa usanza, detta Kattestoet, continua ancora oggi ma, per fortuna, con pupazzi a forma di gatto.

La famosa Olympia di Manet, cortigiana con il suo gattino nero. Il connubio donna di piacere-gatto continua, anche se è il 1863

L’epoca buia per donne e gatti si concluse con l’Illuminismo, ma anche nell’ “Epoca dei lumi” l’associazione tra le due categorie era dura a morire: non era raro vedere quadri raffiguranti cortigiane con un gatto tra le braccia o nelle vicinanze, per segnalare allo spettatore che la donna rappresentata non era una rispettabile moglie e madre ma, appunto, una prostituta.

Freyja sul suo carro trainato dai gatti blu

Molte altre sono le divinità femminili associate ai gatti: la dea Freyja (il cui nome significa “Signora”), l’equivalente guerresco di Venere nella mitologia nordica, aveva un carro trainato da due bellissimi gatti blu, dono del suo sposo Thor. Per restare nel grande Nord, anche i Celti avevano una dea gatta chiamata Palu o Palug, uno dei tre flagelli dell’isola di Anglesey, simbolo forse della dea Cerridwen insieme a un altro animale, alla scrofa. Il mostro Chapalu del ciclo arturiano deriva forse proprio dalla dea gatta dei Celti.

La Scozia può vantare una dea delle streghe chiamata “Mither o’the mawkin”, dove il mawkin o malkin era, appunto, il gatto. Anche le sacerdotesse che officiavano i rituali di Beltane (il giorno a metà tra l’equinozio di primavera e il solstizio estivo) indossavano costumi dalle fattezze feline.

La dea Shasti

Spaziando a Oriente, la dea Kali, grande signora della religione Indiana, evocata con mille appellativi e temuta almeno quanto è adorata, è spesso raffigurata insieme a dei gatti neri, un colore che ricorre di continuo nel suo culto: la dea ha pelle e capelli neri, viene adorata in particolare nelle notti di luna nera e i suoi sacerdoti indossano vesti nere.

Una dea indiana (o meglio, deva) poco conosciuta è Shasti, sempre rappresentata con il suo Vāhana (lett:ciò che porta, ciò che spinge; è l’animale o l’entità mitica usata dai deva per muoversi), un grosso gatto. Dea protettrice delle nascite e dei bambini, era in origine rappresentata con il volto da gatto. Una leggenda della regione del Bengala racconta che una donna golosa incolpò il gatto di casa di avere rubato il cibo che, in realtà, aveva mangiato lei. Il felino venne punito ma, essendo il Vāhana di Shasti (che coincidenza!), andò dalla dea a chiedere vendetta, e lei gli ordinò di rapire tutti i bambini che la colpevole avrebbe partorito. La vendetta andò avanti fino al sesto figlio, finché la donna decise di indagare: dopo aver vegliato tutta la notte, vide il gatto rapire il suo ultimo nato e lo seguì fino ad arrivare alla dimora di Shasti, dove trovò tutti i suoi bambini che giocavano attorno alla dea. La madre chiese il perdono del gatto, che glielo accordò, e giurò a Shasti di venerarla sempre con un rituale che sarebbe poi stato conosciuto come Jamai-Shasthi Vrata.

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CORSETTI DA UOMO

Il segreto del vestito sta tutto nella snellezza del punto vita. Indottrinate il vostro sarto, insistete, ordinate, minacciate! Spalle larghe, falde della giacca ampie e fluenti, fianchi strangolati: questa è la mia regola.

-Dandy francese, 1830-


Vignetta satirica del 1812

Il corsetto: sexy, potente, seducente. Tutto quanto c’è di più femminile, vero?

In realtà, il corsetto è uno dei capi di vestiario che più di ogni altro, nel corso dei secoli, ha travalicato ogni confine di genere ed è stato indossato sia da donne che da uomini.

Il termine corsetto viene dal francese antico corset, diminutivo del latino corps (corpo) e già Greci, Tebani e Minoici di entrambi i sessi lo indossavano; gli ultimi, in particolare, li usavano come supporto per schiena e fianchi durante lo sport. Da quanto possiamo dedurre dalle poche informazioni disponibili sulla cultura Cretese, inoltre, pare che gli uomini indossassero gonnellini a vita alta e stretta molto simili ai corsetti.

E’probabile che una sorta di corsetto fosse usato sotto gli abiti anche nel Medioevo, come alcuni affreschi sembrano suggerire mostrando punti vita molto sottili e silhouettes particolarmente “scolpite”.

Enrico III e Luisa di Lorena

Tra ‘400 e ‘500 gli Spagnoli dettano legge anche in fatto di moda: i corsetti sono usati da uomini e donne per ottenere una postura eretta, simbolo di dignità morale e rispettabilità, simbolizzati anche da un torso a v liscio e asessuato. E’ facile notare, ammirando l’arte del periodo, come gli abiti e gli accessori di uomini e donne siano molto simili: orecchino di perle, cappelli piumati, abiti ad ampie falde e, naturalmente, corsetti. Anche i gonfi pantaloni a sbuffo sembrano una versione più corta delle gonne indossate dalle donne.

Nel ‘700, con l’avvento della Rivoluzione Francese, il corsetto fu abbandonato in quanto simbolo di oppressione in favore abiti più comodi e adatti ad assecondare i naturali movimenti del corpo. Tuttavia, in netto contrasto con la tendenza generale, i corsetti da uomo furono utilizzati dal filosofo utopista Saint Simon come simbolo degli ideali umanitari da lui proposti, dato che allacciarli da soli era impossibile e bisognava sempre contare sull’aiuto di un compagno.

Re Giorgio IV, sovrano d’Inghilterra dal 1820 al 1830, amante delle belle donne e dei piaceri della tavola, era noto anche per la sua stazza: un suo corsetto, infatti, è ora in esposizione al London Museum. Lungo ben 142 cm, è fatto di cotone leggero, si chiude sulla schiena come quelli femminili e ha cinghie ai lati per impedire all’addome di sporgere. Altri corsetti potevano avere inserti elastici sul petto in modo da consentirne l’espansione e dare una linea elegante agli abiti da sera.

Giorgio IV e il suo corsetto, illustrazione tratta dal libro “Waisted efforts” di Robert Doyle

Nonostante i corsetti da uomo fossero stati gradualmente abbandonati, la moda maschile del periodo 1800-1830 proponeva pantaloni e giacche talmente aderenti che era impossibile indossarle senza ricorrere a qualche “trucco”. I dandies, anche come omaggio al re, presero a utilizzarli di nuovo per ottenere una forma a clessidra: il dandy più famoso della storia, Lord Brummel, era noto per indossare corsetti che lo fasciavano dal torace ai fianchi.

Il dandismo portò alla ribalta l’uso dei corsetti da uomo, ma il prezzo da pagare fu il pubblico ludibrio sui quotidiani illustrati e nell’immaginario popolare. Nonostante l’uso diffuso dei corsetti, infatti, il loro impiego è sempre stato visto come ridicolo e de virilizzante: non a caso, nonostante fossero fatti di lacci e stecche di balena, coloro che li indossavano non usavano mai la parola corsetto, ma eufemismi come “cintura” o “gilet. In un’epoca in cui le donne erano viste come il sesso debole sia in senso fisico che mentale, inoltre, essere associati a loro attraverso un capo di vestiario era qualcosa da evitare assolutamente.

I corsetti erano comunque utilizzati già in precedenza dagli ufficiali, in particolare da quelli appartenenti alla cavalleria, per offrire supporto alla schiena; secondo Alison Carter, inoltre, i corsetti erano usati anche durante la caccia o l’esercizio fisico.

Lacing a dandy

Un giornalista, nel 1823, sul giornale “The Emmet” scrive che:

“I corsetti sono passati dalle donne agli uomini, che fanno di tutto per acquisire la snellezza tipica delle loro connazionali. Un tempo, nessun uomo battibeccava con i suoi amici su chi avesse la vita più sottile o su chi resistesse più eroicamente alla disciplina imposta dai lacci”.

 La storica Valerie Steele vede il corsetto come una parte essenziale della modernizzazione della moda. Quando la rivoluzione industriale rese più largamente disponibili molti capi di vestiario, l’ideale del corpo “aristocratico” diventò quello femminile. Gli abiti erano creati con il corpo delle donne in mente, il che rendeva il corsetto indispensabile per strizzarsi nei vestiti. Steele sottolinea anche la contraddizione per cui, nonostante la moda enfatizzasse la vita da vespa anche per gli uomini, per questi ultimi l’uso del corsetto fosse fonte di ridicolo. Il corsetto da uomo era visto come un segnale della rilassatezza dei costumi, della debolezza morale della nazione e del corpo militare. Anche la storica Elizabeth Hackenspiel ribadisce questo divario tra imposizioni della moda e ridicolizzazione del dandy, associato all’idea di effeminato e degenerato.

Illustrazione di moda del 1834

Con l’ascesa della mentalità borghese, dopo il 1850 gli uomini che ancora indossavano i corsetti facevano molta attenzione a sottolinearne gli scopi puramente salutistici. Probabilmente il declino di questo capo di vestiario derivò anche dalla diffusione dello sport, capace di irrobustire il corpo e di modellarne i contorni, rendendo obsoleto l’uso del corsetto.

Il corsetto da uomo fa ora parte della scena BDSM o goth, che spesso riprende e reinventa capi tipici della cultura vittoriana.

ALFRED KUBIN, IL POETA DELL’INCUBO

“Ciò che vediamo qui riflessa è la fine della vecchia Austria”.

Ernst Junger

Visionario, venato di humor nero, tremendamente contemporaneo: è incredibile che Alfred Kubin e la sua opera siano così poco conosciuti, almeno al pubblico italiano.

Alfred Kubin

Nato il 10 Aprile 1877 a Litoměřic , in Boemia, fu apprendista del fotografo di paesaggi Alois Beer. Fragile e morbosamente sensibile, gli eventi traumatici che segnarono i suoi primi anni ebbero una fondamentale importanza nello sviluppo del suo personalissimo stile. La morte della madre all’età di 11 anni e il conseguente tentativo di suicidio sulla sua tomba nel 1896, la relazione  intrecciata con una donna incinta quello stesso anno e la personalità tirannica del padre, oltre a un breve soggiorno nell’esercito Austriaco, scatenarono in lui quello stato di paranoia sessuale e ansia acuta che, più tardi, riuscì a trasferire nella sua opera. Questi traumi contribuirono ad accentuare gli aspetti più cupi del suo carattere, acutizzando la sua attrazione per la morte, il suicidio, le immagini macabre e bizzarre.

Salto mortale

Come direbbe Wilde, Kubin decise di rimanere “un eterno studente” dato che non finì mai gli studi intrapresi all’Accademia di Monaco. Fu qui, però, che l’artista venne in contatto con i lavori di Odillon Redon, Félicien Rops, Edvard Munch, pittori immersi nel lato nero della psiche e dell’esistenza. Dapprima entusiasta della tecnica dell’acquatinta, ripresa da Max KIinger, accordò poi le sue preferenze ad acquerelli, litografie e disegno a penna e inchiostro. Nel 1911 trovò il suo spazio all’interno della corrente artistica Blaue Reiter (Il cavaliere blu), opposta al razionalismo e al realismo cubista, dalla quale però si staccò a causa dello scioglimento del gruppo alla vigilia della prima Guerra Mondiale.

Mensch

Adorazione

Dal 1096 fino alla sua morte, avvenuta i 20 Agosto 1959, Kubin visse con la moglie Edvige Gründler, sposata nel 1904, in un piccolo castello del XII secolo a Zwickledt, in Austria. Con l’avvento del nazismo, il suo lavoro fu dichiarato “entartete Kunst”, cioè artedegenerata, un termine genericamente usato dal regime per indicare tutta l’arte moderna che non esprimesse la gloria del popolo tedesco o fosse di natura “ebraico bolscevica”, aggettivo che poteva significare tutto e niente. Nonostante questo, Kubin continuò a lavorare durante tutta la seconda guerra mondiale e vide il lavoro di una vita riconosciuto dallo stato austriaco, che gli assegnò il Gran Premio di Stato nel 1951 e la Decorazione per l’Arte e le Scienze nel 1957.

Il genio di Kubin si sviluppò in due direzioni: pittura e scultura.

Angstschrei

Festa di macello

Per quanto riguarda la pittura, la sua immaginazione morbosa, alle cui porte bussano sempre l’ossessione della morte, il fantasma della disfatta fisica e morale dell’essere umano e la certezza della follia,  era perfetta per illustrare opere di Hoffman, Poe, Dostoevskij, Gogol. Allo stesso tempo duro e raffinato, poetico e osceno, nel tratteggio della sua penna si annidano i fantasmi di una società in declino, della quale vengono svelate le debolezze, le fragilità, le paure. E’impossibile vedere un’opera di Kubin e non riflettere sul fatto che i demoni onirici che ci mostra appartengono a tutti noi, anche se facciamo di tutto per ricacciarli nel subconscio: non sorprende quindi la voce secondo cui gli azzimati damerini e le signore “bene” della società austriaca svenissero nel vedere i suoi disegni.

Dal punto di vista letterario, invece, Kubin è autore di quello che è considerato il primo esempio di letteratura espressionista: L’altra parte (Die Andere Seite). Ammirato da Kafka e da lui ripreso ne Il Castello, questo romanzo, l’unco di Kubin, nasce in un periodo prolifico della letteratura fantastica e del terrore, che si sviluppa nei territori di lingua tedesca tra ‘800 e ‘900 e ha tra i suoi maggiori

esponenti E.T.A. Hoffman. Nato dalle riflessioni scatenate dalla morte del padre, L’altra parte racconta dello strano viaggio di un artista invitato da un amico, Claus Patera, a visitare una “Terra di sogno” situata in Asia Centrale, vera e propria colonia per animi sensibili delusi dalla società moderna. Accettato l’invito, il protagonista si troverà in un Paese dove regna un eterno crepuscolo avvolto dalla nebbia e popolato da case decrepite lì trasportate dal “mondo reale”. Interpretato come una fosca predizione del disfacimento dell’Impero Austro-Ungarico, L’altra parte è una galoppata nei territori dell’inconscio, del grottesco e del bizzarro.

Signora a cavallo

In lingua italiana sono stati tradotti anche Demoni e visioni notturne (Damonen und Nachtgesichte), un’autobiografia fondamentale per capire la nascita dei temi dell’opera di Kubin (la malattia della madre, l’ostilità verso il padre e le sorelle, la morte della matrigna, la depressione sono tutti eventi narrati con lucidità e disarmante sincerità) e Lettere a un’amica.

DOROTHY ARNOLD: L’EREDITIERA SCOMPARSA

Ho sempre trovato molto intriganti le sparizioni inspiegabili: uomini che escono di casa per andare alla partita e non fanno più ritorno; bambini rapiti, scambiati e mai ritrovati; donne che sembrano entrare in una dimensione parallela durante una normale passeggiata nel parco.

Proprio questo sembra essere successo a Dorothy Arnold, ricca e bella ereditiera figlia di Francis Arnold, magnate dei profumi. A riprova del fatto che, anche a inizio secolo, quando succedeva un fatto inspiegabile nessuno aveva visto né sentito alcunché, Dorothy scomparve il 12 Dicembre 1912 senza che nessuno si accorgesse di niente.

Giovane, amante della vita mondana, appartenente a una delle migliori famiglie di New York, Dorothy era uscita di casa per acquistare un nuovo vestito da indossare al debutto in società  della sorella. Essendo un personaggio conosciuto, è facile tracciare il suo percorso attraverso le testimonianze degli amici che quella mattina la incrociarono: comprò una scatola di cioccolatini che fece mettere sul suo conto da Park and Tilford’s ed entrò un negozio di libri sulla Ventisettesimastrada, ma non raggiunse mai la Quinta Strada, dove avrebbe dovuto comperare il nuovo abito. Elegantissima come sempre, indossava un abito blu, un lungo cappotto dello stesso colore, un cappellino di velluto nero ornato da una spilla e orecchini di lapislazzuli.

Secondo le testimonianze sembrava serena e di ottimo umore e non c’era nulla di strano nel suo comportamento. Ironicamente, proprio l’appartenere a una della famiglie “bene” di New York si ritorse contro di lei: per evitare pubblicità indesiderata, gli Arnold non si rivolsero alla polizia, ma a un’agenzia investigativa, la Pinkerton Detective Agency, e a un amico di famiglia molto  vicino a Dorothy, John S. Keith. Questi sforzi combinati non portarono a niente, così come le ispezioni di ospedali, obitori e carceri condotte all’insegna della totale discrezione.

Dovettero passare sei settimane prima che i genitori di Dorothy si decidessero a rivolgersi alla polizia e alla stampa, alla quale il signor Arnold comunicò la sua personale teoria: sua figlia era stata attaccata in Central Park e gettata senza vita nel serbatoio idrico del parco. Un’altra alternativa, forse la più temuta dalla famiglia, era che la ragazza fosse fuggita con George Griscom Jr.

In un attimo i giornali lo rintracciarono e vennero a sapere tutto quello che la famiglia Arnold aveva fatto così fatica a nascondere: la ragazza era già fuggita con questo poco avvenente signore di 40 anni alcuni mesi prima, e con lui aveva trascorso un’intensa settimana d’amore a Boston. Al momento della scomparsa di Dorothy, però, l’uomo si trovava a Napoli e da lì fece sapere di non avere alcuna informazione riguardo la misteriosa scomparsa. Nonostante questo, l’uomo continuò a spendere denaro nelle ricerche e nella ciclica pubblicazione sui giornali di  annunci che imploravano Dorothy di tornare a casa. Curiosità verso un mistero inspiegabile? Senso di colpa? Tentativo di scagionarsi da un omicidio commesso? Anche un’informazione da lui fornita, cioè che Dorothy fosse depressa per il rifiuto di un racconto da lei scritto da parte di una rivista, appare poco credibile.

George Griscom Jr.

Da quel momento, le ipotesi sulla scomparsa di Dorothy Arnold si sprecarono: ci fu chi suggerì che, incinta di Griscom, fosse stata spedita in Svizzera dalla famiglia per evitare lo scandalo; alcuni sussurrarono che fosse morta sul tavolo operatorio durante un aborto clandestino. Molti giurarono di averla vista passeggiare in mille città americane ma nessun avvistamento si dimostrò mai veritiero.

Un articolo pubblicato dal New York Times il 9 Aprile 1921 dichiarava il mistero risolto: il Capitano della Polizia John Ayers , capo dell’ufficio Persone scomparse, annunciò che il caso poteva considerarsi chiuso ma, curiosamente, rifiutò di rivelare se la ragazza fosse viva o morta. John S. Keith e la famiglia negarono decisamente che ci fossero sviluppi significativi, né che la vicenda fosse in qualche modo conclusa. La polizia sapeva davvero qualcosa? La famiglia Arnold aveva interesse a mantenere aperto il mistero? Francis Arnold, ancora persuaso della morte della figlia, morì nel 1922; la moglie lo seguì nel 1928. Finora, nessuno ha saputo gettare luce sul mistero Dorothy Arnold.

MADEMOISELLE GABRIELLE

Mi fa piacere aprire il blog con un tema molto caro agli amanti di tutto ciò che va sotto il nome di weird: i cosiddetti freaks, le meraviglie umane che facevano rimanere a bocca aperta i visitatori dei   sideshow, spettacoli messi a corollario di quelli principali nei luna park o nelle fiere.

Mademoiselle Gabrielle, oggi, non è una dei freaks più celebri, ma penso che, una volta viste le sue foto, la grazia e lo spirito di ferro che trapelano dai suoi occhi saranno ricordati da molti. Almeno, a me è successo così!

Mademoiselle Gabrielle Fuller nacque nel 1884 a Basilea, in Svizzera, e cominciò la sua carriera esibendosi all’Esposizione Universale di Parigi nel 1900. In seguito tentò la sorte imbarcandosi per l’America, dove lavorò per il Dreamland Circus Side Show, i Ringling Bros. e Barnum & Bailey. Fu travolta dai guai giudiziari quando l’agente teatrale con il quale aveva iniziato una breve carriera nel vaudeville la portò in tribunale per rottura del contratto e, dopo quattro anni di battaglie legali, la donna rimborsare il suo ex agente con ben 2.000 dollari.

Non era comune per i freaks raggiungere la ribalta del vaudeville, dove spesso era proprio la bellezza di cantanti e attrici ad attrarre in sala il pubblico, ma Mademoiselle Gabrielle era un caso a parte.   Dotata di una bellezza notevole, affascinante, di ampia cultura, sicura di sé, era convinta di non dovere invidiare nulla alle altre donne. Per fare risaltare le proprie grazie amava stringersi in corsetti che accentuassero le curve, indossare gioielli raffinati e indulgere in tutti gli orpelli vittoriani più in voga. Grazie alla dignità che trapelava dalla sua persona, sembra che il pubblico si rapportasse a lei con reverenza, al contrario di quanto avveniva con gli altri freaks, spesso visti come un veicolo attraverso cui riaffermare il proprio senso di normalità e di appartenenza. 

Gli uomini la trovavano bellissima e facevano la fila per corteggiarla: non sorprende, quindi, che Gabrielle si sia sposata tre volte. Proprio a causa di questi frequenti   cambi anagrafici, però, è difficile rintracciare notizie sui suoi ultimi anni, e la sua data di morte è sconosciuta.

Una curiosa testimonianza che la riguarda arriva da un numero della rivista London Life datato 16 Febbraio 1929. In un articolo intitolato “Limbless people I have met”, lo scrittore Wallace Stort (che si auto definisce “lover of the limbelss”) tratteggia un breve ritratto di Gabrielle, inserendolo tra le descrizioni di donne senza gambe o braccia da lui conosciute.

Ho visto Gabrielle, che ha trascorso quasi tutta la vita in America, durante una mia precedente visita negli U.S.A. alcuni anni fa. E’ sui 40 anni e, per molto tempo, è stata considerata il perfetto esempio delle cosiddette “donne con metà corpo” celebri nei freak shows. Scendendo lungo i fianchi, è una donna dalle proporzioni stupende. Al di sotto non c’è nulla e il suo tronco termina elegantemente poco al di sotto della vita, senza alcun moncherino”.

Un’ultima curiosità: Nel suo “La fin du monde”, Blaise Cendrars sembra ispirarsi proprio a Mademoiselle Gabrielle nel tratteggiare il personaggio della Présidente. Come Gabrielle, anche Cendrars era nato in Svizzera, ed è possibile che, da giovane, abbia sentito parlare o abbia addirittura visto la donna in uno dei suoi spettacoli.