WEIRD VINTAGE 4 – CIRCOLO VIRTUOSO

Non so chi sia l’autore di questa fotografia, né se le signore ritratte facessero parte di qualche pittoresco club anti-alcool, ma di sicuro il fondamentalismo, in tutti i campi, non giova all’estetica!

 

WEIRD VINTAGE 3 – LA MORGUE DI PARIGI

Morgue di Parigi, 1880.

Questa è l’unica fotografia esistente, scattata nel 1880, della Morgue di Parigi, il famoso obitorio aperto al pubblico che diventò per molti parigini  del secolo scorso fonte di svago e brividi di paura a buon mercato: i corpi, infatti, venivano  lasciati in vista dietro una vetrata in modo che eventuali conoscenti o familiari potessero riconoscerli. Indimenticabile è la descrizione che  Zola fa della Morgue di Parigi nel suo “Thérèse Raquin“:

Quando (Laurent) entrò, un odore insapore, di carne lavata di fresco lo disgustò e gli fece scorrere brividi per tutta la pelle; l’umidità delle pareti sembrava aggiungere densità ai suoi vestiti, che pendevano pesanti dalle sue spalle. Si diresse difilato al vetro che separava i cadaveri dagli spettatori e, premendovi contro il volto pallido, si mise a scrutare. Davanti a lui si stendevano file di lastre grigie e, su di esse, i corpi nudi formavano macchie verdi e gialle, bianche e rosse. Mentre alcuni mantenevano la loro naturale condizione nella rigidità della morte, altri sembravano grumi di marcescente carne sanguinante. Dietro a essi, contro il muro, pendevano alcuni miserabili stracci, gonne e pantaloni, che si raggrinzivano contro il nudo gesso“.

Esorto quelli che ancora non l’hanno fatto a leggere questo bellissimo romanzo di tradimento e omicidio, anche perché la descrizione di Morgue e cadaveri non si ferma qui!

 

LAURIE LIPTON – NOSTRA SIGNORA DEGLI SCHELETRI

“Il mio desiderio è sempre stato quello di riuscire a fare  con la matita qualcosa che mai nessuno avesse visto prima.”

Laurie Lipton

Laurie Lipton.

L’ “insano modo di disegnare” di Laurie Lipton, come lei stessa lo descrive, ha conquistato il mio cuore fin dal primo disegno su cui ho posato gli occhi. Sono una fanatica dei dettagli, del maniacale, della precisione quasi border line nell’arte  e i suoi disegni a matita, creati da migliaia di trattini sottilissimi e sovrapposti per creare ombre, profondità e impalpabili effetti di luce riportano l’immagine di un mondo in continuo dialogo con la morte, la pazzia, la memoria e i fantasmi che, come dice l’artista, le aprono “un infinito ventaglio di possibilità”.

“Los paragueros”

“Family Reunion”

“Empress of death”

Laurie Lipton è newyorkese ma ha esposto e abitato in tutta Europa; la passione per il disegno l’ha catturata e mai più lasciata da quando aveva quattro anni. Laureatasi in Belle Arti alla Carnegie-Mellon University, in Pennsylvania, Laurie ricorda così i suoi anni formativi: “Nella mia università erano considerati degni di attenzione solo gli artisti concettuali e astratti, per cui piantai in asso i corsi e cominciai a trascorrere le mie giornate in biblioteca, esercitandomi a copiare artisti come Durer, Memling e Van Eyck. Per questo posso dire di essere un’autodidatta, nonostante abbia frequentato una delle migliori università negli Stati Uniti. Il mio strano modo di disegnare mi costringe a lunghe sessioni di lavoro, ma mi permette di ottenere lo stesso livello di luminosità dei pittori Fiamminghi del Rinascimento”.

“Portrait of the artist as a young bitch”

“Death of romance”

Proprio i Fiamminghi sono la maggiore fonte di ispirazione dell’artista, insieme a Goya, Rembrandt, Diane Arbus, il cui uso del bianco e nero, come spiega Laurie, “mi colpì dritto al centro del mio Essere. Il bianco e nero è il colore delle vecchie fotografie, dei vecchi show TV…è il colore dei fantasmi, del desiderio, del tempo che passa, della memoria, della pazzia. Il bianco e nero soffre. Per questo è perfetto nell’ambito del mio lavoro”.

“The umpteenth anniversary”

“Bone china”

La sua arte lascia sbigottiti e affascinati, disgustati e conquistati. Non si smette mai di ammirare un suo disegno e gli occhi non si stancano mai di scoprire le intricate ma cristalline linee che lo compongono. Le opere che preferisco sono quelle in cui gli scheletri, vero e proprio marchio di fabbrica di Laurie, appaiono più vivi degli stessi viventi, o sembrano aspettarli al varco, come se i reami di vita e morte si fondessero in un unico alone di luce.  Ciò che mi piace di Laurie è anche il macabro sense of humor che infonde nei titoli dei suoi disegni, atti a svelare le nostre fantasie morbose, i terrori che cerchiamo di dissimulare nella luce rassicurante del giorno, la paura della morte e del decadimento fisico.

“The unspeakable dinner party”

“Sisters”

FANTASMI AL NIGHT CLUB

“Johanna ha cercato di spingermi giù da una scala molto ripida; ho visto un fantasma di nome Pearl che teneva una testa sotto il braccio e non smetteva di ripetere  “Oh, la mia testa, la mia povera testa”. C’era un fantasma di nome Scott che continuava a urlarle contro che era colpa sua se lui e il suo amico Alonzo erano morti. Ho visto fantasmi nel bagno, sul palco, nell’appartamento del custode, nel bar. Ce n’erano ovunque”.

Echo Bodine, sensitivo e scrittore.

Il Bobby Mackey's Music World, uno dei luoghi più infestati d'America.

Licking Pike, a Newport, è una lunghissima, polverosa e anonima strada che costeggia il fiume Licking e la ferrovia. Se si guida lungo quella strada, si arriverà a un parallelepipedo basso e grigio, illuminato da una grossa insegna pacchiana. Bene, siete arrivati al Bobby Mackey’s Music World, uno dei luoghi più infestati d’America.

Per 40 anni, nel 1800, l’edificio che ora ospita il locale di musica country di Bobby Mackey fu usato come mattatoio. A causa della grande quantità di sangue versato e per la particolare conformazione del Licking River, uno dei due soli fiumi al mondo che scorre verso nord, l’edificio attirava numerosi gruppi di satanisti. Proprio Satana ha il suo zampino nell’omicidio che si consumò lì nel 1896 ai danni di Pearl Bryan, una 22enne originaria di Greencastle, figlia di un facoltoso agricoltore. Il suo corpo decapitato fu ritrovato nelle vicinanze del mattatoio e del delitto furono incolpati Alonzo Walling e Scott Jackson.

Facciamo un passo indietro: la storia parte con Scott Jackson, un impiegato della Pennsylvania Railroad Company, azienda che dovette abbandonare con l’accusa di appropriazione indebita.  Fuggì quindi a Greencastle, nell’Indiana, dove iniziò a risiedere per frequentare le lezioni di odontoiatria all’Università.

Nel 1893, durante una visita alla madre, Jackson incontrò Pearl Bryan, descritta come “attiva in chiesa e nella Scuola Domenicale, vivace e molto amata dai suoi familiari”. I suoi occhi azzurri, i capelli biondi dai riflessi ramati, la carnagione perfetta non mancarono di fare colpo su Jackson e nemmeno Pearl rimase indifferente al suo fascino dato che, con la complicità del cugino Will Wood, organizzava rendez vous segreti ogni volta che l’uomo si trovava in città.

L'unica foto conosciuta di Pearl Bryan.

Nel 1896 Pearl scoprì di essere incinta e chiese aiuto a Woods, che scrisse a Jackson; questi rispose a Woods di mandare la ragazza a Cincinnati. Pearl arrivò alla Cincinnati’s Grand Central Station la notte del 28 Gennaio 1896.

Ciò che successe poi è degno dei peggiori film splatter: Jackson cercò di praticare un aborto, allora illegale, con l’aiuto del compagno di studi odontoiatrici Alonzo Walling, usando proprio i ferri da dentista. A Pearl fu somministrata una forte dose di cocaina, non si sa se per attutire il dolore o per cercare di indurre chimicamente l’aborto. Ogni tentativo fallì: il gruppetto lasciò Cincinnati e attraversò il fiume fino in Kentuky, vicino a Fort Thomas, trascinandosi dietro una Pearl terrorizzata, quasi uccisa dall’emorragia ma ancora tenacemente viva. In un campo lontano dalla strada, in un punto appartato vicino al quale ora sorge il Bobby Mackey’s Music World, Jackson e Walling, presi dal panico per la piega che aveva preso la vicenda, decapitarono Pearl e ne abbandonarono il corpo nell’erba. La successiva autopsia rivelò che la ragazza era ancora viva quando i primi colpi di lama si abbatterono su di lei.

Scott Jackson.

Due giorni dopo l’arrivo di Pearl a Cincinnati, John Hewitt si trovò ad attraversare proprio quel campo, che apparteneva al suo capo, John Lock. Mentre camminava, si imbatté nel corpo di una donna con le gonne tirate fin sopra il capo e le gambe sollevate. Sulle prime l’uomo non fu scosso: come spiegò in seguito, “non sapevo se fosse morta o ubriaca. Molte donne della città avevano l’abitudine di andare là con i soldati. Era un posto isolato e lo usavano spesso per i loro appuntamenti galanti. Non era difficile trovarci delle donne ubriache”. Hewitt corse ad avvertire il suo capo, e presto arrivarono anche lo sceriffo e il Coroner Bob Tingley; ai piedi della donna trovarono segni di lotta e una pozza di sangue. Quando le abbassarono il vestito, scoprirono con orrore che la testa era scomparsa. Furono condotti sul luogo del delitto dei segugi che riuscirono a condurre la polizia fino al bacino idrico di Fort Thomas; prosciugato, non restituì purtroppo la tanto agognata testa di Pearl Bryan, che non fu mai trovata. Il corpo fu spostato a Newport per l’autopsia e lo si identificò solo quattro giorni dopo grazie al codice del produttore su una delle sue scarpe.

Alonzo Walling.

Dopo che si scoprì la lettera in cui Wood rivelava la gravidanza di Pearl a Jackson, quest’ultimo fu arrestato e il giorno successivo la stessa sorte toccò a Walling, poi i due iniziarono ad accusarsi a vicenda dell’omicidio. La polizia cercò in ogni modo di far loro confessare dove si trovasse la testa di Pearl, ma nessuno dei due aprì mai bocca al riguardo. Chi li conosceva bene sostenne che non avrebbero mai parlato per timore di inimicarsi il Demonio, al quale avrebbero offerto la testa in sacrificio durante un rituale satanico all’interno del vecchio mattatoio.

Il fratello di Pearl, Fred, arrivò a Newport per prendere in consegna il corpo della sorella e portarlo alle pompe funebri John P. Epply a Cincinnati; in un estremo tentativo di fare appello alla loro umanità, la polizia portò Jackson e Walling all’obitorio, dove giaceva il corpo decapitato della ragazza, abbigliato nel vestito della cerimonia del diploma. Come avrebbero fatto durante tutto il processo, i due rimasero freddi e impassibili anche davanti alla disperazione dei familiari di Pearl, che li imploravano di ridare loro la testa della ragazza.

Pearl fu infine seppellita al cimitero di Greencastle. Ancora oggi molte persone lasciano sulla sua tomba un penny con la testa di Lincoln, così che la ragazza abbia una testa quando arriverà il momento della resurrezione.

Sia Jackson che Walling, dopo due brevi processi, furono trovati colpevoli di omicidio e condannati all’impiccagione. Il giorno della loro morte i due uomini furono descritti come “impudenti e spavaldi”, come si erano sempre dimostrati. La sentenza era fissata per le 9 di mattina; alcuni minuti prima di quell’ora, Jackson disse che aveva un annuncio da fare a proposito di Walling: “So che Alonzo M.Walling non è colpevole di omicidio”. Nei momenti frenetici che seguirono, Jackson fu lasciato solo alcuni minuti a riflettere sulla sua nuova versione; quando gli chiesero se avesse altri dettagli da fornire a discolpa di Walling, rispose che “non aveva nulla da aggiungere”, così l’esecuzione riprese da dove si era interrotta.

Di nuovo a Jackson fu chiesto quali fossero le sue ultime parole. Secondo un testimone oculare, “Jackson fece una lunga pausa prima di parlare. Walling si girò con uno sguardo ansioso, aspettandosi certo che l’altro pronunciasse le parole che l’avrebbero salvato, sebbene a un passo dalla morte. Jackson, senza guardarlo, volse gli occhi al cielo: “Ho solo questo da dire, non sono colpevole del crimine per il quale sto per pagare con la mia vita”. Anche a Walling fu chiesto quali fossero le sue ultime parole: “Non ho nulla da dire, salvo che state togliendo la vita a un uomo innocente e chiamo Dio a testimone di questa verità”.

L’impossibilità di ritrovare la testa di Pearl Bryant diede origine alla leggenda che si trovasse in fondo al pozzo del vecchio mattatoio, fulcro dell’attività satanica del luogo. Proprio da qui iniziarono storie, testimonianze e leggende di fantasmi e possessioni.

Un'antica foto del mattatoio.

Durante gli anni del Proibizionismo, il mattatoio fu trasformato in un covo per giocatori d’azzardo. Stando alla leggenda, molti uomini furono uccisi e i loro cadaveri occultati per tenere lontano la polizia, non tanto per gli omicidi in sé, quanto per il liquore che scorreva a fiumi e le scommesse clandestine. Nessuno di questi omicidi, quindi, fu mai risolto.

Finito il proibizionismo, il locale passò a un certo E.A. “Buck” Brady, il quale ne fece un casinò chiamato “The Primrose”; quando inziò a fare soldi, entrò nel mirino della malavita di Cincinnati che offrì a Brady di “entrare in affari”. Quando l’uomo rifiutò, gli atti di violenza e vandalismo aumentarono finché Brady, esasperato, finì con l’uccidere a colpi di pistola un piccolo gangster, Albert “Red” Masterson. Uscito di prigione, Brady giurò che il locale non avrebbe mai più prosperato come casinò e alcuni anni dopo morì sucida.

Il Primrose passò di mano e, negli anni ’50, fu ribattezzato “The Latin Quarter”, un luogo noto per le sue attività illecite e violente. In quel periodo la figlia del proprietario, Johanna, ballerina all’interno del casinò, si scontrò con il padre, che ostacolava la sua relazione con Robert Randall, il cantante del Latin Quarter. Quando Johanna rifiutò di troncare la relazione, suo padre fece uccidere Randall, col risultato che la ragazza avvelenò suo padre con l’arsenico e ne prese lei stessa una grossa quantità, andando a morire nelle cantine. Solo qualche tempo dopo si scoprì che Johanna era incinta di cinque mesi. Ancora adesso è possibile leggere su una parete della soffitta la poesia che la ragazza ebbe la forza di scrivere prima di morire e il suo fantasma è tra quelli avvistati più di frequente nei pressi del bar.

La poesia di Johanna sul muro della soffitta.

Negli anni ’70 il locale diventò un Hard Rock Café, chiuso poi nel 1978 per gli eventi sanguinosi che, a prescindere dal decennio, continuarono a insanguinarne le stanze.

Nel 1978 l’edificio fu acquistato dall’attuale proprietario, Bobby Mackey, un cantante country il cui nome completo (coincidenza?) è Robert Randall Mackey, proprio come l’amato di Johanna. Nonostante la resistenza della moglie, affatto persuasa dal decrepito e tetro edificio, Mackey lo acquistò, e il Bobby Mackey’s Music World iniziò subito a prosperare.

Il primo a notare alcune inquietanti stranezze fu Carl Lewison, il custode che abitava al piano superiore del locale. All’inizio nessuno prese sul serio le sue storie di luci che si accendevano all’improvviso, porte chiuse a chiave che si aprivano, juke box spenti che di punto in bianco trasmettevano canzoni degli anni ‘30-’40, in particolare “Anniversary Waltz”. Lewison fu il primo a notare “uomini neri” con cappelli da cowboy che gravitavano intorno al bancone del bar e fu il primo ad avere conversazioni con il fantasma di Johanna, che più volte si impossessò del suo corpo. Sembrava che le voci fossero più forti e insistenti nel seminterrato, dove si trovava il pozzo protagonista del sanguinoso passato di sacrifici rituali dell’edificio; fu quindi in questo periodo che il pozzo iniziò ad essere conosciuto come “Hell’s gate”,  cioè “Passaggio per l’Inferno”.

Mackey non si riteneva un credulone, e di conseguenza le storie di Lewison non lo preoccuparono affatto. Le cose cambiarono quando sua moglie Janet confermò di avere avuto strani incontri paranormali, spesso accompagnati da un forte profumo di rose, il preferito di Johanna. Un giorno, incinta di cinque mesi, la donna fu spinta dalle scale della cantina da una forza invincibile che le aveva urlato di andarsene. Per fortuna il bambino, nato prematuro, non subì danni, ma è strano pensare che sia Pearl che Johanna erano incinte di cinque mesi quando persero la vita. Quell’episodio persuase definitivamente Mackey della presenza di fantasmi nel suo locale.

Nel 1994 l’uomo fece esorcizzare il locale, ma senza risultati duraturi. Dovette anche sopportare la denuncia da parte di un cliente che sosteneva di essere stato attaccato nelle toilettes da un fantasma con un cappello da cowboy!

Le precauzioni non sono mai troppe da Bobby Mackey!

Ora Mackey ha fatto buon viso a cattivo gioco e organizza tour quotidiani a beneficio dei cacciatori di fantasmi e dei curiosi. Ha anche scritto una canzone (facilmente rintracciabile su Youtube) che fa parte del suo repertorio da molti anni, “The Ballad of Johanna”. Non sempre i fantasmi fanno male al business!

Lo scrittore Douglas Hensley ha scritto un libro sulla truculenta storia di satanismo e omicidi che circonda l’edificio: “Hell’s Gate – Terror at Bobby Mackey’s Music Wolrd”. E’possibile richiederne una copia direttamente sul sito del locale, oppure leggerne gratis alcuni capitoli a questo link: http://www.bobbymackey.com/hellsgate/HellsGateSample/

WEIRD VINTAGE 2 – ALLAN GRANT PER LIFE MAGAZINE

Una curiosa foto di Allan Grant scattata nel 1951 per la rivista Life. Allan Grant scattò molte foto a personaggi celebri, tra cui Marilyn Monroe, Grace Kelly, Audrey Hepburn. A queste fotografie “mondane”, Grant ne aggiunse altre di sapore più politico, come quelle scattate alla moglie di Lee Harvey Oswald dopo l’assassinio del presidente Kennedy a Dallas.

MELASSA ASSASSINA

W.C. Fields chiude il suo negozio “on account of molasses” nel film “It’s a Gift” (1934).

Boston, 1919. Al 529 di Commercial Street, vicino a Keany Square, incombeva una costruzione imponente, una visione che sarebbe di certo risultata bizzarra agli occhi di un moderno passante: un’ enorme cisterna alta 15 metri e larga 27, riempita di 2.300.000 gallonidi melassa.

A cosa poteva servire? In quegli anni la melassa era il dolcificante standard negli USA, e poteva essere messa a fermentare per produrre rhum e alcool etilico, fondamentale per produrre alcolici e perfino munizioni. Tutta quella melassa stava attendendo di essere trasferita all’impianto situato tra Willow Street e l’attuale Evereteze Way per essere lavorata.

Il 15 Gennaio era una giornata insolitamente mite: in un paio di giorni la temperatura era infatti passata da -17 a quasi 5 gradi. Proprio questo repentino sbalzo è stato indicato tra le cause dell’evento che stava per verificarsi: dopo un terrificante rombo e un inquietante tremolio del terreno, la cisterna collassò riversando sulle strade un’immensa onda di melassa alta fra  2,5 e 4,5 metri, che si muoveva alla velocità di quasi 56 Km/h. I palazzi nelle vicinanze furono divelti dalle fondamenta e distrutti come case giocattolo; un treno fu sbalzato dai binari; lo spostamento d’aria risucchiò persone e cose, lanciandole a molti metri di distanza. Qualunque cosa si trovasse sulla strada dell’onda nera fu investita e uccisa. Animali e umani trovarono lo stesso destino e, più si dibattevano per cercare di uscire dalle appiccicose sabbie mobili, più affogavano.

Una visuale del disastro.

I primi ad arrivare furono i 116 cadetti della nave USS Nantucket, seguiti dalla Polizia di Boston, dalla Croce Rossa e dall’Esercito. Le ricerche di superstiti si interruppero dopo 4 giorni; alcuni morti erano talmente “glassati” da risultare irriconoscibili. Il conto finale ammontava a 150 feriti gravi e 21 morti. Il grande numero di volontari permise di ripulire la città in due settimane, ma il porto di Boston restò marrone di melassa fino all’estate.

I residenti intentarono causa alla società proprietaria della cisterna, la United States Industrial Alcohol Company che, nonostante cercasse di addossare la responsabilità della tragedia agli anarchici (che avrebbero così voluto protestare contro l’uso pro-esercito di parte dell’alcool prodotto), venne giudicata colpevole e condannata a pagare 600.000 $  di risarcimento (più di 6 milioni attuali).

Il Boston Post dà notizia dell’alluvione.

Quali furono le cause della Great Boston Molasses Flood?

Come ho anticipato, lo sbalzo termico fu ritenuto da molti la causa scatenante. Esso, unito alla pressione interna causata dalla fermentazione della melassa, avrebbe aperto una falla alla base della cisterna, responsabile dell’esplosione e della totale fuoriuscita del materiale.

Da non trascurare, poi, l’incapacità dell’ingegnere responsabile del progetto, Arthur Jell: questi, preso dall’ansia di terminare la costruzione in tempo per l’arrivo del primo carico, trascurò di eseguire i test di sicurezza, con il risultato che, già prima dell’esplosione, i residenti raccoglievano la melassa che fuoriusciva dalle giunture della cisterna. Quest’ultima, poi, dall’anno della sua costruzione era stata riempita al limite della capacità solo otto volte, costringendo l’intera struttura a una pressione ciclica devastante. A questo proposito, secondo una leggenda urbana, la United States Industrial Alcohol Company avrebbe stipato la cisterna oltre il limite già sul finire del 1918, per poter continuare a produrre rhum in caso di approvazione del Proibizionismo. Peccato che la Compagnia producesse soprattutto alcool per uso industriale, esente dalle restrizioni del Proibizionismo! Fa parte della leggenda anche l’ineffabile risposta che Jell avrebbe dato a un impiegato allarmato dalle continue fuoriuscite di melassa: “dipingete la cisterna di marrone, così le perdite si noteranno meno!”

Attualmente, sul luogo del disastro sorge un centro ricreativo, il Langone Park; lì vicino si trova il Puopolo Park, al cui ingresso la Bostonian Society ha collocato una placca commemorativa di quello che i locali chiamano “The Boston Molassacre”. I residenti affermano che, nelle calde giornate estive, l’intero centro della città esala ancora un pungente odore di melassa. Sarà vero?