ROCK BALANCING

Prima di parlarne, guardate queste foto:

Dal sito teamsandtastic.com, rockbalancing nel fiume Schoahrie

Foto presa da teamsandtastic.com

Foto e opera di Peter Juhl

Belle vero? E non c’è trucco e non c’è inganno: nulla tiene su le pietre se non la buona vecchia forza di gravità.

Questo insieme di land art, performance art e “magia” prende il nome di Rock balancing, letteralmente “Bilanciamento di pietre”. Si tratta, come dice il nome, di creare fantastiche sculture con pietre in bilico l’una sull’altra che durano la meraviglia di qualche ora o di qualche secondo, a volte solo il tempo di scattare una foto.

Rock balancing di Bill Dan

Se a qualcuno vengono in mente in mandala, creati con pazienza e dedizione solo per essere distrutti, è sulla buona strada: molti balancer (questo il nome di chi si diletta nel Rock balancing) leggono la propria attività come una forma di meditazione Zen. Per trovare l’equilibrio tra due pietre servono tempo, pazienza, ascolto di se stessi e della natura intorno, precisione, silenzio. C’è un passaggio di energia tra il balancer e il suo strumento, la pietra, che lo porta a creare qualcosa di unico e paradossale, di una bellezza aliena. La pietra, materiale duro e pesante per eccellenza, diventa leggera, a volte immateriale.

L’ igloo di pietra di Peter Riedel

Non ci sono colle o magneti: come spiega Peter Juhl, uno dei balancer più famosi (e, a mio parere, visivamente poetici), è tutta questione di fisica: “Il punto in cui una roccia tocca quella sottostante si chiama contatto. Il balancer sceglie il contatto, cercando piccole depressioni, bolle o scheggiature in ogni roccia. La curva della seconda roccia si innesta in questa depressione. Devono esserci tre punti sul bordo della depressione su cui poggia la roccia, a formare un piccolo triangolo. Il centro di gravità combinato della roccia o delle rocce impilate deve essere direttamente al di sopra del piccolo triangolo che forma ogni contatto. E’necessario che ci sia abbastanza frizione in ogni contatto per impedire che le rocce scivolino l’una sull’altra. Più i contatti sono minimi non orizzontali, maggiore sarà la bellezza della scultura”.

Foto e opera di Peter Juhl

E se questa spiegazione risulta astrusa, Bill Dan, un altro dei più famosi balancer, taglia corto: “E’più facile se metti una roccia grande alla base. Quando appoggi la roccia successiva, cerca di abbinare la punta della roccia superiore con quella della roccia inferiore. Ci sono centinaia di punti nella roccia inferiore che si possono scegliere”. Ora che si avvicina il periodo delle vancanze, cimentarsi nel Rock balancing farà sicuramente colpo sui vostri vicini di ombrellone.

E si possono anche creare archi di pietra!

WEIRD VINTAGE 6 – L’ALLUVIONE DI PARIGI

Parigi sott’acqua, Gennaio 1910

Questa immagine, che sembra quasi un fotomontaggio, risale al Gennaio 1910, quando Parigi si ritrovò a far concorrenza a Venezia, decisamente senza volerlo!

Una visione dall’alto delle strade inondate

Dopo un’estate caratterizzata dai temporali e un inverno ancora più umido, i Parigini si trovarono a fronteggiare un Gennaio funestato da piogge torrenziali. La Senna, ormai al massimo della capacità, straripò inondando le strade. In dieci giorni la forza dell’inondazione distrusse 20.000 palazzi, lasciando senza casa 200.000 persone. Dei 20 arrondissement di Parigi, 12 furono devastati e, secondo le misurazioni, la Senna raggiunse un’altezza di 9.5 metri, mentre i danni ammontarono a 400 milioni di Franchi (più di 1 miliardo di Euro attuali).

La Senna raggiunse un’altezza di 9.5 metri

Non si può negare, devastazione a parte, l’effetto “artistico” che l’alluvione ebbe su Parigi: artisti e fotografi scesero a frotte sulla città e alcuni  ne approfittarono per fare un giro in barca in una città  quasi aliena: il poeta Guillaume Apollinaire, infatti, scrisse che “in Avenue Montaigne la gente organizzava crociere di piacere;  potevi anche passare accanto agli hotel più eleganti e farti scattare una foto come una vittima dell’alluvione per 50 centesimi”. Vi fu anche chi mise in  giro voci di coccodrilli scappati per una vacanza tra le strade inondate della città!

Qualcuno trova sempre il modo di divertirsi

Passerelle come a Venezia

DAN HILLIER E I TENTACOLI DELLA BORGHESIA

Queste immagini dimenticate e memorie scartate riscrivono un periodo storico meravigliosamente oscuro, fatto di uomini elefante, tassidermia, morte e medicina. Se Beardsley scrivesse cartoline da una magione Vittoriana abitata da Werner Herzog e fenomeni da circo, avremmo opere come quelle di Hillier.

Dazed and Confused magazine

Finalmente ho iniziato la mia piccola collezione di arte “oscura” con una stampa di Dan Hillier: eccola qui. Mi piace tantissimo e non vedo l’ora di riceverla per ammirarne tutti i dettagli!

A place of our own

Dan Hillier, classe 1973, è cresciuto a Oxford ma si è laureato in Arti grafiche e illustrazione alla Ruskin University di Oxford. Viaggiatore incallito, ex tatuatore ed ex graffitaro, da due anni può finalmente (e per fortuna!) dedicarsi completamente alla sua arte. Come si legge sul suo sito (www.danhillier.com), dal quale vende merchandising e opere, la maggior parte dei suoi lavori è composta da scansioni di elementi grafici Vittoriani presi da enciclopedie, libri e giornali e rielaborati con Photoshop, a cui poi unisce disegni a penna da lui eseguiti.

Beetle

Le opere che ne risultano rievocano tutto il garbo estetico delle stampe di fine secolo, reso infinitamente più interessante da combinazioni paradossali e inquietanti di scheletri, membra umane e attributi animali. E’ come se l’artista ci volesse mostrare il volto reale dei personaggi borghesi che sceglie come protagonisti, tenuto nascosto dalle convenzioni sociali e dall’educazione.

Cecilia

Horsewoman

Ad esempio, la stampa “Clinch” (che, nota personale, era in ballottaggio con “A place of our own” per il mio acquisto) mostra il volto ossessivo dell’amore, e non è difficile immaginare i tentacoli della donna intorno al collo dell’amato, soffocato letteralmente dalla sua morbosa passione; immagino “Big smoke” come il vero volto di un magnate di industria che non si preoccupa di costruire il proprio patrimonio sulle vite di coloro che si oppongono alla sua sete di denaro; interpreto “Baby baby” come la visualizzazione di una delle molte storie di omicidio che popolavano l’immaginario Vittoriano: forse una madre costretta ad avere un bambino e impazzita per un attacco di baby blues? Ogni immagine è talmente particolare da lasciare alla macabra fantasia di chi guarda ogni possibile interpretazione, e qualsiasi tipo di storia ne può scaturire.

Clinch

Big smoke

Baby baby

Nel video Flush, realizzato per la band Losers, Tom Werber ha dato vita alle illustrazioni di Hillier, con un risultato tale da far sembrare Godzilla un vero novellino: divertitevi!

MADAME TALBOT, COLLEZIONISTA DI MORTE

Gospel.

St. James infirmary jazz band.

Fra le molte, forse troppe cose che sono sulla mia lista di cose da comprare una volta che avrò una casa, c’è sicuramente un disegno di Madame Talbot. Di certo farà un figurone accanto al quadro di Mia Makila che gli penderà accanto!

Till Death do us Part.

Vampire garden.

Madame Talbot, a.k.a Ashleigh Talbot, è un’artista che, dalla sua casa Vittoriana infestata dai fantasmi sulla costa dell’Oregon, invia nel mondo fantastici disegni a penna e inchiostro che attingono dal il folklore Inglese e Americano, dalle storie di fantasmi e morti viventi, dalla cartellonistica di fine secolo, dall’atmosfera decadente che evoca immagini di oppio, assenzio, laudano, streghe e misticismo. Come se ciò non bastasse, Madame Talbot colleziona ogni genere di macabra paraphernalia, da rarissime teste rimpicciolite a cuori umani, dal make up che le pompe funebri usavano per dare un tocco di vivacità ai cadaveri alle ossa di mummia, dalle fiale per il veleno agli strumenti chirurgici, da piccole mummie di gatto a introvabili libri sulla morte.

Cranioclast Foetal Craniotomy Instrument

Tutti gli oggetti che si trovano sul suo sito (www.madametalbot.com) sono in vendita, e leggere le descrizioni che Madame Talbot ne fornisce fa davvero capire come la sua vita sia un rituale dedicato a onorare i morti, le ere che passate, l’immaginario che le circonda. E’come se volesse materialmente toccare il passato e assaporarlo, a volte letteralmente, come quando descrive in modo quasi toccante il primo sorso da una bottiglia di Madera del 1850 aperta dopo 150 anni.

Vintage Mortician Albochrome Ivory Drying Powder Bottle.

Madame Talbot ha coniato il termine Victorian Lowbrow per descrivere la sua arte, intendendo stavolta non tanto la volontà di rimanere in un ambito artistico underground, quanto l’affinità con le passioni delle classi “basse” di epoca Vittoriana: storie di sanguinosi omicidi come quelli  compiuti da Lizzie Borden, i freak show, i reperti anatomici insoliti, le patologie rare, tutti elementi che ritroviamo nella sua arte.

Man’s pauper burial suit.

Fare un giro sul suo sito è un’esperienza affascinante, bizzarra, commovente. Madame Talbot è l’incarnazione del motto “disce mori”.

MIA MAKILA, TRA HORROR E CARTOON

Mia Mäkilä

“Se Pippi Calzelunghe e Ingmar Bergman avessero avuto una figlia illegittima, quella sarei io”. Questa frase, con cui Mia Mäkilä ama presentarsi, riassume bene il mix di horror e cartoon che caratterizza la sua arte.

Nata nel 1979 a Norrköping, in Svezia, Mia è autodidatta e usa molte tecniche artistiche, spesso mischiate tra loro: collage, acrilico, gessetto, fotografia e modificazione di vecchie foto, manipolazione digitale e altri stratagemmi di sua invenzione.

Portrait of a witch

Little Grace with killer doll

Persona molto sensibile, piena di paure e ansie, ossessionata dalla morte (vivere in una casa stregata, forse, in questo senso non aiuta), Mia crea un mondo le cui radici affondano nell’estetica e nell’immaginario gotico vittoriano, venato di una sessualità dark che serpeggia in sottofondo o si mostra prepotente.

My secret lover

My Victorian vampire

L’artista dice che le sue fonti di ispirazione sono “la mia vita, i miei incubi, i miei sogni, le mie idee sul mondo. Le persone comuni che vedo in metropolitana. Inizio a fantasticare su di loro – chi sono, perché sono così ordinari, quale lato nascosto cercano di non farci vedere? Quali perversioni hanno, cosa li rende tristi, spaventati, eccitati, felici? Le persone comuni sono un mistero per me”.

Smiling bitches

A tale of two houses

Daddy’s secret

La sua arte è stata definita “horror art” perché, come spiega Mia, “tratto emozioni difficili come la rabbia, la paura, la pazzia, la tristezza, ma faccio anche divertire i miei demoni sulla tela” e offre altre definizioni: horror pop surrealism o dark lowbrow, inserendosi così nella tradizione della Lowbrow art. Nata a Los Angeles a fine anni ’70, le radici di questa corrente artistica sono i fumetti underground, la musica punk e sotto culture varie e il suo tratto fondamentale è un sense of humor cinico, sarcastico, allegramente demoniaco. La Lowbrow non si prende sul serio e rimane di solito lontana dai canali tradizionali “alti”, a cui si contrappone già dal nome (lowbrow= di bassa cultura, di basso livello).

The Phantom

Death of the American dream

Se si conoscono Gus Fink e i suoi personaggi irti di denti, è praticamente impossibile non sentire un’affinità tra il suo lavoro e quello di Mia; non a caso, i due hanno collaborato nel 2008 a una serie intitolata “Creeplings”, fatta di vecchie foto modificate per rispecchiare il loro mondo gotico e terrificante.

Creeplings 21

Creeplings 07

GLORIA RAMIREZ, LA DONNA TOSSICA

Gloria Ramirez.

No, non è una super eroina dei fumetti Marvel, né un personaggio di fantasia, nonostante la sua storia abbia fornito la base per un episodio di X-Files e Grey’s Anatomy. Quella di Gloria Ramirez è una sconcertante storia vera assurta al rango leggenda metropolitana per la sua stranezza e per l’impossibilità di fornirne una spiegazione del tutto soddisfacente.

Il 14 Febbraio 1994, poco dopo le otto di sera, una donna di 31 anni affetta da tumore alla cervice, Gloria Ramirez, venne portata al pronto soccorso dell’ospedale di Riverdale, nel Sud della California. Il battito cardiaco era accelerato, la pressione del sangue al minimo e il respiro irregolare. I paramedici le iniettarono il cocktail di rito per una persona nelle sue condizioni: Valium, Ativan e Versed per calmarla, Bretylium e Lidocaina per regolarizzare il battito cardiaco. Maureen Welch, terapista respiratoria, collegò la donna a una maschera a ossigeno; visto che Gloria non rispondeva, provarono con la defibrillazione. Quando la spogliarono, il personale medico vide che la pelle era oleosa e notò un odore smile all’aglio provenire dalla sua bocca.

L’infermiera Susan Kane si apprestò a prelevare un campione di sangue per le analisi; mentre la siringa si riempiva, Kane notò un odore chimico e, insieme a Welch, provò a individuarne la fonte. Welch annusò la siringa: “Pensavo che avrei sentito il tipico odore putrido che la chemioterapia dà al sangue delle persone malate, invece sentii un sentore di ammoniaca”. Un’altra infermiera, Julie Gorchynski, notò delle particelle brunastre che galleggiavano nel sangue.

Il pronto soccorso del Riverside.

All’improvviso, Kane si voltò verso la porta e svenne. Si sentiva il viso in fiamme. Venne portata velocemente fuori dalla stanza, ma subito dopo anche Gorchynski iniziò a lamentare  una forte nausea e svenne. Il suo corpo era preda delle convulsioni; smetteva di respirare per parecchi secondi per poi tirare un paio di respiri affannosi. La terza a soccombere fu Welch: “Ricordo che sentii qualcuno urlare. Quando mi svegliai, non riuscivo a controllare i movimenti degli arti”.

Molti altri membri dello staff si sentirono male e l’ospedale dichiarò lo stato di emergenza interna. Tutti i pazienti del pronto soccorso furono evacuati nel parcheggio dell’ospedale, mentre un gruppo di medici ridotto all’osso cercava disperatamente di salvare la vita di Gloria. La donna fu dichiarata morta alle 20.50 e il suo corpo fu messo in isolamento.

23 dei 37 membri dello staff si sentirono male quella notte. Gorchynski fu quella più gravemente colpita: passò due settimane in terapia intensiva, dove soffrì di apnea, pancreatite, epatite e necrosi avascolare, una patologia per cui il tessuto dell’osso non riceve abbastanza sangue e inizia a morire.  La necrosi le attaccò le ginocchia, e la donna dovette usare le stampelle per mesi.

Verso le 23 arrivò al Riverside una squadra specializzata in materiali tossici e iniziò a cercare il punto d’origine di tutta quella devastazione, ma nella stanza in cui Gloria era morta non si trovò niente di potenzialmente pericoloso. I patologi dell’ospedale, quindi, impacchettati in tute a tenuta stagna, iniziarono un’autopsia di 90 minuti sul corpo senza vita della donna, dalla quale riemersero con campioni di sangue e tessuti. Quando anche le analisi del coroner non portarono a conclusioni determinanti, venne chiesto l’aiuto del Lawrence Livermore National Laboratory, un  centro di studi forensi il cui capo era Brian Andresen: il suo team avrebbe analizzato il sangue e i tessuti di cuore, polmoni, cervello, reni e fegato di Gloria. Dalle prove emersero tre elementi interessanti:

  • Un’ammina non identificata, che avrebbe potuto generare l’odore simil ammoniaca da molti avvertito al pronto soccorso. Secondo la sua ipotesi, il corpo di Gloria l’avrebbe prodotta durante la scissione del Tigan, un medicinale usato per contrastare la nausea.
  • Della nicotinammide, vitamina cruciale per la vita umana ma rintracciabile anche in droghe letali come le metanfetamine. Dato il suo costo contenuto e gli effetti di euforia che produce, gli spacciatori la usano spesso per tagliare la droga.
  • Del Dimetilsolfone, a volte prodotto dagli amminoacidi che contengono zolfo presenti nel nostro corpo. Scisso dal fegato, il Dimetilsolfone ha una vita media di tre giorni nelle persone sane, ma nel sangue di Gloria ce n’era un’altissima concentrazione.

Il Dimetilsolfone, però, non avrebbe potuto da solo spiegare i mancamenti e le malattie sviluppate da quelli che erano stati a contatto di Gloria al pronto soccorso. Nonostante le inusuali scoperte fatte da Andresen, l’inchiesta era a un punto morto.

Durante una conferenza stampa tenutasi il 29 Aprile, si comunicò che la causa di morte ufficiale di Gloria era stata aritmia cardiaca provocata dal collasso dei reni, stremati dal tumore della cervice. Anche così, però, il malessere del team del pronto soccorso rimaneva inspiegabile. Le dottoresse Ana Maria Osorio e Kirsten Waller fecero dei colloqui con le persone che avevano lavorato a contatto con Gloria la sera del 14 Febbraio, e scoprirono che erano le donne ad aver maggiormente risentito della sua vicinanza, così come quelli che avevano saltato la cena ed erano a stomaco vuoto. Tutto questo spinse a declassare la faccenda come isteria di massa, scatenata forse dall’ ”odore di morte”, come venne definito, del sangue della paziente.

Questa conclusione spinse Julie Gorchynski, che aveva chiesto 6 milioni di dollari di danni al Riverside, a denunciare l’ipotesi di isteria di massa, sottolineando che al pronto soccorso erano tutti professionisti esperti  e che quella conclusione era dettata da manovre politiche o da ignoranza. Anche Susan Welch si infuriò per la sentenza, e decise di rivolgersi ancora una volta a Andresen chiedendogli di riaprire le indagini e di scoprire la verità. Stavolta Andresen coinvolse anche Grant, il suo vice direttore, mettendogli a disposizione tutti i documenti e le informazioni sulle stranezze rinvenute dalle analisi precedenti. Grant, colpito dalle molte testimonianze relative a un odore simile all’aglio e dalla pellicola oleosa sul corpo di Gloria arrivò a una conclusione: il colpevole poteva essere il Dmso.

Il Dmso è un gel che, negli anni ’60, ebbe un’ampia popolarità come rimedio contro dolori muscolari e artrite. La ricerca scientifica ne sottolineò la prodigiosa capacità di lenire i dolori cronici e diminuire l’ansia, ma quando i test sugli animali dimostrarono che l’uso prolungato del Dmso poteva danneggiare la retina, la Food and Drug Administration ordinò alle compagnie produttrici di sospenderne i test, per poi approvare nel 1978 una soluzione di Dmso diluita al 50% per il trattamento della cistite interstiziale. Nonostante questa limitazione, si può dire che praticamente tutti usassero il Dmso, dagli atleti alle persone comuni.  Peccato però che il Dmso in commercio e non prescritto dai medici fosse puro al 99%.

Il nome tecnico del Dmso è Dimetilsolfossido che, a differenza del Dimetilsolfone che Andresen aveva trovato in precedenza, ha un atomo di ossigeno, non due. Anche se Gloria avesse fatto uso di massicce dosi di Dmso per alleviare il dolore provocato dal tumore e se il Dmso si fosse combinato con il Dimetilsolfone presente nel suo corpo, nulla avrebbe spiegato le crisi cardiache e respiratorie, le necrosi, il coma, la paralisi ecc. riscontrate dallo staff medico.

Formula chimica del Dimetilsolfossido.

Grant si chiese: Visto che il Dmso reagisce all’ossigeno e forma il Dimetilsolfone, che cosa si ottiene se al Dimetilsolfone si aggiunge altro ossigeno? La risposta è: Dimetilsolfato.

Gli effetti del Dimetilsolfato possono essere devastanti: i suoi vapori uccidono le cellule di tessuti esposti come occhi, labbra, polmoni. Delirio, coma, paralisi e convulsioni, uniti a danni a lungo termine a cuore, fegato e reni sono le conseguenze del suo assorbimento all’interno dell’organismo. Non a caso il Dimetilsolfato è usato anche come arma chimica. La cosa più interessante è che, tranne il vomito e la nausea, tutti i sintomi riportati dallo staff potevano essere collegati al Dimetilsolfato.

Era però possibile che il corpo di Gloria avesse generato il Dimetilsolfato? E se sì, come?

La formula chimica del Dimetilsolfato.

Dei vari scenari suggeriti, il team di Livermore ne scelse uno che sembrava il più convincente: Gloria aveva fatto pesantemente uso del Dmso per alleviare i lancinanti dolori del tumore. Una volta che i suo reni erano collassati e la donna era stata raccolta dall’ambulanza, i paramedici avevano cercato di mantenerla in vita premendole sul viso una maschera a ossigeno. Le molecole di ossigeno, combinate al Dmso presente nel suo corpo, si sarebbero combinate a formare alti livelli di Dimetilsolfone. E in che modo il Dimetilsolfone si sarebbe poi trasformato nel letale Dimetilsolfato?

Secondo gli scienziati del Livermore, alcune molecole di Dimetilsolfone nel sangue di Gloria si sarebbero rotte, unendosi ai solfati presenti naturalmente nell’organismo, formando il Dimetilsolfato. Quando l’infermiera effettuò il prelievo di sangue su Gloria, la siringa si riempi di Dimetilsolfato, alcune molecole del quale fuoriuscirono dalla siringa e avvelenarono lo staff dell’ospedale.

Questa spiegazione scatenò pareri molto contrastanti nella comunità scientifica: alcuni ne rimasero totalmente convinti, altri sottolinearono che il Dimetilsolfone di solito non si “spezza” all’interno del corpo, che il Dimetilsolfato provoca per prima cosa irritazione agli occhi e lacrime (sintomi mai riportati da alcun membro dello staff), e che gli effetti del Dimetilsolfato si vedono solamente dopo parecchie ore.

La sorella di Gloria denunciò come quest’ultima fosse stata trattata come un “mostro tossico” e che, nonostante la causa della morte fosse stata imputata al cedimento dei reni, non fosse stato possibile riavere il corpo se non dietro minacce di denuncia e solo dopo nove settimane, quando ormai, a causa delle pessime condizioni in cui era stato conservato, era ormai malamente decomposto.

Gloria fu seppellita all’Olivewood Memorial Park di Riverside in una tomba senza nome, portando con sé quello che, ancora oggi, rimane uno dei misteri più controversi nella storia della medicina.