LO STRANO CASO DI GEF, LA MANGUSTA PARLANTE

A quanti di noi sarebbe piaciuto, da piccoli, poter parlare con il proprio cane, gatto o coniglietto? Raccontarsi storie, chiacchierare, condividere esperienze… questa fortuna (o sfortuna, a seconda dei punti di vista), toccò nel 1931 alla famiglia Irving, che viveva in una fattoria sull’Isola di Man.

Doarlish Cashen, la casa degli Irving.

Jim e la figlia Voirrey notarono un giorno uno strano animale aggirarsi nel cortile della fattoria e lo descrissero come “di colore giallo, simile a una donnola, con un corpo piccolo, una lunga coda pelosa, il naso schiacciato”.

Come Jim scrisse sul suo diario, il piccolo animale si trasferì poi dentro la fattoria e prese residenza dietro le pareti, dalle quali emetteva grugniti, sputava e soffiava, rendendo impossibile a tutti dormire. In seguito, imparò addirittura a parlare e a recitare le canzoncine che Voirrey cantava prima di addormentarsi. In breve tempo, l’animale fu in grado di sostenere conversazioni con l’intera famiglia e di spiegare che era sempre stato lì e li aveva sorvegliati per anni, ma ancora non sapeva esprimersi. La sua voce aveva un tono di voce più alto di un paio di ottave di quella umana e un timbro chiaro, a volte stridulo. Jim iniziò a chiamarlo Jack, ma la mangusta puntualizzò che preferiva essere chiamato Geoff, che scandì come Gef.

La famiglia Irivng: Voirrey, Margaret e Jim.

Gi Irving chiesero spesso a Gef chi fosse e da dove venisse, ottenendo sempre risposte contraddittorie e fantasiose: disse di volta in volta di  essere nato a Delhi, in India, il 7 Giugno 1852 (nel 1931 avrebbe avuto quindi 79 anni) e di aver vissuto prima con un uomo “alto, con un turbante verde” e poi “con un uomo deforme, un gobbo” per poi essere condotto in Inghilterra da un tale Holland. Altre volte sostenne di essere uno spirito, per poi negare recisamente di esserlo, sostenendo di essere solo “una povera mangusta troppo intelligente per questa misera esistenza”; si vantò di essere uno spirito ritornato sottoforma di mangusta e che avrebbe tormentato gli Irving con catene e suoni paranormali; con un certo orgoglio, affermò anche “sono un mostro. Ho mani e piedi e, se mi vedeste, sverreste, rimarreste pietrificati, mummificati, sareste tramutati in pietra o in una statua di sale!”

La cima dell’armadio di Voirrey, dove Gef mangiava, dormiva e giocava con la sua palla preferita.

Da quanto scrive Jim nel suo diario e dalle testimonianze di quanti ebbero a che fare con lui, Gef era un essere socievole, chiacchierone, molto legato agli Irving e soprattutto a Voirrey, ma aveva anche un lato burlone, pettegolo e a volte aggressivo. Ad esempio, suscitò le ire del vicinato intrufolandosi nelle case altrui e riportando agli Irving, che chiamava “la mia famiglia”, tutto ciò che succedeva e si diceva, spingendosi anche a descrivere ambienti e oggetti che i vicini tenevano nascosti, cosa che fece pensare a Jim che Gef fosse dotato anche del dono dell’invisibilità. Una volta che i genitori volevano tenere Voirrey nella loro camera da letto per sicurezza, Gef si infuriò, annunciando che sarebbe entrato comunque e che avrebbe seguito la bambina ovunque. Dopo poco, un vaso di vetro si sollevò e si schiantò contro il muro. In un’altra occasione, Gef scagliò una scatola di spilli contro un investigatore del paranormale venuto per indagare su di lui.

Questi atteggiamenti spinsero molti a considerare Gef un poltergeist, ma l’animale (chiamiamolo così in mancanza di un termine migliore) non aveva poteri paranormali, mangiava e dormiva e a volte urinava addirittura attraverso le fessure delle pareti. Inoltre, deciso a contribuire in qualche modo all’andamento familiare, usciva spesso a caccia e faceva trovare agli Irving, sul pavimento della cucina, molti conigli strangolati. Gli piaceva ricevere in dono banane, salsicce e dolcetti. Poteva anche perdere la pazienza e insultare gli Irving adulti (Voirrey, anni dopo, ricordò che Gef “imprecava parecchio”) o, addirittura, lanciare loro pietre, ma tornava subito docile quando la famiglia lo minacciava di trasferirsi e lasciarlo solo.

Jim indica uno dei nascondigli di Gef.

Chiaramente le voci sulla presenza di Gef si sparsero nel vicinato e oltre, attirando molti curiosi. Nel 1935 Harry Price, un eminente studioso del paranormale, fece visita agli Irving per raccogliere campioni da esaminare e cercare di vedere Gef, che si dimostrò tutt’altro che collaborativo. L’animale fornì peli di Mona, il cane di famiglia, invece dei propri, rifiutò di farsi fotografare ma fece trovare le proprie impronte sul blocco di plastilina che gli Irving avevano lasciato vicino a una delle sue tane, non mancando di sottolineare che era stato “maledettamente difficile” calcare le zampe su quel materiale. Ciò che Price rilevò fu l’evidente sproporzione tra le zampe posteriori e quelle anteriori, troppo grandi per un essere di 30 cm, ma coerenti con la descrizione fornita dagli Irving delle mani quasi umane di Gef. La Società Zoologica, a cui fu inviato il calco, confermò che nessun animale esistente aveva zampe di quel tipo, e che non c’era traccia delle pieghe che la pelle di un vero animale di solito presenta.

In alto a sinistra: zampa anteriore con dita distese. In alto a destra: zampa anteriore con dita ritratte. Al centro: zampa posteriore. In basso a destra: impronte dei denti.

Esistono tuttavia alcune foto di Gef scattate dagli Irving; come scrisse Jim, “Gef non ama essere fotografato e, se non fosse per l’insistenza e la decisione di mia moglie, non ci sarebbero fotografie, perché Gef obbedisce solo a lei, e anche in questo caso entro certi limiti”. Le foto sono sgranate, e non è possibile capire cosa realmente sia appollaiato sulla staccionata. Alcuni hanno suggerito che fosse un pupazzo o delle pelli di volpe o di coniglio disposte in modo da ricordare un animale, ma gli Irving erano poveri ed è difficile pensare che potessero permettersi pellicce, come confermato anche da una perquisizione della casa da parte di Nandor Fodor, lo psicanalista e investigatore del paranormale che rimase con la famiglia per un mese.

Gli scettici sostennero che la voce di Gef fosse frutto delle doti di ventriloquo di Voirrey, ma in due casi documentati l’animale parlò quando la ragazza non era presente. Altri dissero che il “povero Jim” era stato raggirato dalla moglie e dalla figlia che, stanche della noiosa vita di campagna, avrebbero cercato di spaventarlo per fargli vendere la casa e trasferirsi; in questo caso, è divertente notare che le due donne lasciarono la casa solo dopo la morte del capofamiglia, nel 1945. Inoltre, continuare a fingere nello spazio di una casa minuscola e nel contesto di un piccolo villaggio per molti anni senza mai tradirsi o essere scoperte sarebbe stato molto difficile, così come sarebbe stato difficile per Voirrey intrufolarsi nelle case dei vicini o spostarsi rapidissimamente da un punto all’altro della casa per riprodurre i colpi contro le pareti o i lanci di oggetti. Ad esempio, Gef poteva scatenare una baraonda di colpi contro le pareti della cucina e dopo pochi secondi lanciare un vassoio dalle scale del piano superiore.

Gef riuscì anche a convertire uno scettico, tale Arthur Morrison, figlio di un amico di famiglia molto legato a Jim. Morrison padre descrisse come, un giorno, una voce proveniente da dietro la parete della cucina gli avesse intimato: “Dì ad Arthur di non venire. Lui non crede. Se viene non dirò una parola e gli sparerò in testa”, a cui erano seguiti rapidi colpi provenienti da tutte le pareti della casa. Nonostante le minacce, Arthur andò dagli Irving, come ricordò nel 1937: “All’inizio mi ero fatto beffe di tutta la faccenda. Preoccupato per le persone coinvolte e allo stesso tempo divertito, il 7 Marzo 1932 mi recai a Doarlish Cashen (la casa degli Irving) per smascherare la truffa. Quando arrivai alla fattoria, una voce gracchiante disse “Ciao Arthur”, al che risposi “Ciao!”. Poi aggiunse: “chiamami Gef. Prima di vederti avevo intenzione di farti saltare la testa, ma ora mi piaci”. Dopo un paio d’ore, Gef riapparve con la seguente minaccia: “Ti terrò sveglio tutta la notte”. Quando Arthur chiese cosa avesse fatto di male, l’animale rispose: “Tu non mi credi”. Verso le 9 di sera, l’uomo sentì dei movimenti sotto al letto; si sporse per controllare e vide “un paio di acuti occhietti, più piccoli di quelli di un gatto, e una voce inquietante disse: “Adesso mi credi? Non osare agitare Jimo (il soprannome di Jim) con qualche osservazione scettica”.

Cosa si può dire allora di Gef? Harry Price riteneva che si trattasse di una truffa, ma senza scopi sensazionalistici o venali. Gli Irving facevano di tutto per evitare che i curiosi si avvicinassero alla casa e, nonostante le loro difficili condizioni finanziarie, rifiutarono sia di vendere a un giornale nazionale le foto di Gef che di cedere i diritti della vicenda a un agente teatrale americano che offriva loro 50.000 dollari. Secondo Price, l’isolamento e la solitudine degli Irving, in particolare di Voirrey, li spinse a condividere “un’illusione collettiva”, il che però non spiega molti avvenimenti legati a questa storia.

Nandor Fodor riprese la teoria della causa psicologica, spiegando Gef come “una parte della personalità di Jim, delle sue ambizioni e della sua mente provata dalla solitudine. L’inconscio di Jim avrebbe creato “un ibrido di Gef, che non rientrava in alcuna categoria umana, sovrannaturale o animale, pur avendo punti in comune con tutte e tre”.

Forse non è un caso che la scomparsa del misterioso animale coincida più o meno con la malattia e la morte di Jim che, nel suo diario, riporta un episodio curioso che pare confermare il legame psicologico Jim-Gef: “All’inizio, verso il 1931-32, a volte Gef smetteva improvvisamente di parlare, di notte, e implorava, con voce patetica: “lasciami andare Jim, lasciami andare” come se io lo stessi trattenendo con qualche potere mentale o psichico. Gli chiedevo dove volesse andare e lui rispondeva: “devo tornare nel sottosuolo”, al che io rispondevo: “Bene, vai, io non ti trattengo”. Lui urlava: “Svanito!” e lo si sentiva saltare su e giù per un bel po’; poi tornava il silenzio”.

Il caso di Gef rimane un mistero irrisolto. Viorrey, in un’intervista rilasciata quando era ormai adulta, continua a sostenere che non si trattava affatto di una truffa, e che Gef le ha rovinato l’infanzia e la vita adulta: le famiglie del circondario evitavano gli Irving, i bambini la prendevano in giro e la chiamavano “spettro”, molti la ritenevano una pazza, la fattoria dovette essere venduta a un prezzo bassissimo perché aveva la fama di essere frequentata dai fantasmi. La donna addossò a Gef anche la responsabilità di non essersi mai sposata: “come spiegare a un uomo quello che era successo?”

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SLENDER MAN, IL RAPITORE DI BAMBINI

Non sono particolarmente brava a trovare l’intruso o a individuare le differenze tra due vignette, per cui, prima di notare un particolare strano in questa foto, è passata almeno mezz’ora. Se qualcuno ha il mio stesso problema, consiglio di focalizzare l’attenzione sul gruppetto d alberi alla sinistra dello scivolo.

“Non volevamo andare, non volevamo ucciderli, però il suo silenzio persistente ed i suoi arti disumani ci terrorizzavano e confortavano allo stesso tempo”

Questo è il cosiddetto Slender Man, il cugino dinoccolato dei Men in Black che terrorizzano la coscienza collettiva degli americani. Pare che questa foto sia stata scattata lo stesso giorno e nello stesso luogo in cui 14 bambini scomparvero nel nulla, nel 1986. La fotografa stessa, Mary Thomas, scomparve il 13 giugno 1986. Secondo il folklore, si tratta della prima apparizione di Slender Man.

Come dice il nome, questo essere senza volto presenta arti secchissimi ed è molto alto, quasi uno spaventapasseri. Quando allunga le sue braccia, induce nella vittima uno stato di ipnosi che la spinge a consegnarsi a lui senza opporre resistenza, andando così incontro alla morte o passando in una dimensione parallela.  Secondo alcuni, Slender Man riesce a fare uscire dei viticci dalla schiena e dalle dita per muoversi a suo piacimento. Le sue vittime preferite sono i bambini e si mostra soprattutto in luoghi frequentati da loro che, a differenza degli adulti, sembrano non avere difficoltà a riconoscerlo. Per questo si nasconde tra gli alberi o nella nebbia, dove è più difficile vederlo. E’ stato avvistato in ogni parte del mondo, dalla Norvegia, al Giappone, agli Usa.

Come sempre, la spiegazione è meno macabra di quel che sembra. Tutto risale all’8 giugno 2009, quando il forum Something Awful lanciò una gara i cui partecipanti dovevano photoshoppare un’immagine di vita quotidiana per renderla spaventosa e poi spacciarla per vera in un certo numero di siti dedicati al paranormale. Il 10 giugno, Victor Surge postò due foto in bianco e nero che ritraevano gruppi di bambini. La prima era quella che ho inserito all’inizio del post; la seconda era questa:

Alla foto seguiva una breve descrizione di Slender Man, una creatura sovrannaturale affamata di bambini. L’invenzione di Slender Man venne presto ripresa da un altri due utenti di Something Awful, LeechCode e TrenchMau, che lo inserirono nelle proprie invenzioni horror. Ecco altre immagini del “rapitore di bambini”; false, ma non meno macabre!

Da allora, Slender Man è entrato nel mito, con intere gallerie di fan su Deviant Art, videogiochi a lui ispirati e una serie di video che vanno sotto il nome di “Marble Hornets”, che riprendono lo stile di The Blair Witch Project e hanno tutti a che fare con Slender Man. Opera di due studenti di cinema, nonché utenti di Something Awful, i video sono visibili sul canale di YouTube “troyhasacamera”. Ecco il video introduttivo.

WINCHESTER HOUSE, LA VERA CASA DEI FANTASMI

Vista di casa Winchester.

Di case che hanno la nomea di essere stregate ce ne sono tante; ma quante sono le case costruite apposta per i fantasmi?

Casa Winchester si trova a San José, California, ed è un grande edificio in stile vittoriano che, per molti anni, è stato la residenza di Sarah Pardee Winchester, una ricca vedova le cui stranezze diedero il via a speculazioni di ogni genere riguardo ai suoi contatti con l’aldilà.

Un ritratto di Sarah Pardee nel 1865.

Sarah Pardee nacque in Connecticut nel 1839. Conosciuta come “la bella di New Haven”, Sarah era una ragazza cresciuta tra gli agi, molto popolare per la sua intelligenza e vivacità, che suonava splendidamente il pianoforte e parlava 4 lingue. Il 30 Settembre 1862 sposò William Wirt Winchester, erede della compagnia che produceva, appunto, le famose armi Winchester. Un periodo quanto mai propizio per gli affari, dato che la Guerra Civile era in pieno svolgimento e le vendite erano perciò al culmine.

Sarah e il marito William.

Quattro anni dopo il matrimonio, Sarah diede alla luce la loro unica figlia, Anna, che, però contrasse il marasma infantile, una malattia che causa una carenza di proteine e riduce il peso corporeo anche dell’80%. La bambina morì poco dopo essere nata, e Sarah si ritrovò sull’orlo della pazzia e a questo si aggiunse, dopo qualche anno, anche la morte del marito a causa della polmonite. Questo rese Sarah proprietaria di 20 milioni di dollari, di una rendita giornaliera di 1.000 dollari (20.000 dollari attuali) e del 50% delle industrie Winchester.

La salute mentale della donna, straziata dai lutti, peggiorò ulteriormente e, forse in un ultimo tentativo di salvarla dal baratro, un’amica le suggerì di incontrare una medium di Boston. Quest’ultima rivelò a Sarah che sulla famiglia Winchester pesava una maledizione, e che gli spiriti di tutte le persone che erano state uccise con le armi da fuoco Winchester erano infuriate e gridavano vendetta. La medium le consigliò quindi di trasferirsi a Ovest e di costruire una casa che avrebbe ospitato non solo lei, ma anche gli spiriti. Le raccomandò poi di non interromperne mai la costruzione, pena la sua stessa vita.

Sarah, quindi, fece armi e bagagli e raggiunse Santa Clara Valley, dove acquistò una casa di sei stanze ancora in costruzione, ingaggiò 22 muratori che avrebbero lavorato a turno per costruire 24 ore su 24 e diede inizio a una costruzione folle, totalmente svincolata da ogni progettazione architettonica e da ogni regola edilizia.

Un’antica fotografia di Winchester house.

Non c’erano mappe o piani; Sarah schizzava su un foglietto la stanza che aveva in mente e lo passava ai carpentieri, per quanto irrazionale fosse: gli spiriti, spiegava, le avevano detto di costruirla così. La donna, infatti, aveva imparato a contattare gli spiriti dei defunti, tra cui quello del marito, che le indicava come costruire le stanze, come arredarle, come orientarle. Per questo ci sono colonne costruite al contrario con i capitelli a terra, finestre nel pavimento e altre stranezze. Sarah, inoltre, aggiunse ingegnosi trucchi per confondere i fantasmi malvagi, tra cui passaggi segreti attraverso cui scomparire se si sentiva inseguita, porte che si aprono su pareti, scale che finiscono contro il soffitto, lucernai costruiti l’uno sull’altro.

Porta murata.

Finestra nel pavimento.

Scale verso il nulla.

Porta su una delle facciate della casa.

A questo proposito, la rivista “The American Weekly”, 6 anni dopo la morte di Sarah, pubblicò una descrizione delle sue capatine notturne alla stanza delle sedute spiritiche:

“Quando Mrs. Winchester si preparava ad andare nella stanza delle sedute spiritiche, perfino il fantasma di un indiano o di un segugio sarebbe rimasto scoraggiato dal seguirla: dopo aver attraversato un interminabile labirinto di stanze e corridoi, all’improvviso schiacciava un bottone, un pannello si apriva, e lei sgusciava nella stanza accanto e, a meno che il fantasma non fosse veloce e furbo, la perdeva. Poi la donna apriva una finestra e la scavalcava, non per cadere nel vuoto ma per ritrovarsi in cima a una scala che l’avrebbe fatta scendere di un piano; lì, avrebbe preso un’altra scala che l’avrebbe riportata al piano precedente e dentro la casa. Tutto questo per disorientare gli spiriti, che sono per natura molto sospettosi delle trappole.”

Con gli spiriti “buoni”, invece, Mrs. Winchester era estremamente ospitale: ad esempio si dice che, data la nota avversione dei fantasmi per gli specchi, in casa ce ne fossero appena tre.

Se gli spiriti non erano soddisfatti, un’ala della casa doveva essere demolita, una stanza appena costruita doveva essere rifatta da capo, una scala veniva sigillata. Tra le varie stranezze, il numero 13 ricorre in tutta la casa: le finestre hanno 13 pannelli, ogni scala ha 13 scalini, ci sono 13 ganci nella Blue Room, dove Sarah comunicava con gli spiriti, uno per ogni veste che indossava a seconda della seduta, candelabri a 13 bracci, 13 bagni.

Mrs. Winchester nel 1920.

La figura della stessa Mrs. Winchester assunse contorni favolosi: si diceva che si mostrasse solo con un fitto velo nero sul viso, e che avesse licenziato servitori che l’avevano spiata senza questa protezione. Inoltre, alcuni dicevano che potesse passare attraverso i muri e le porte, probabilmente a causa dei passaggi segreti e dei meccanismi disseminati in tutta la casa per spiare il lavoro dei domestici. Sempre per sviare i fantasmi malvagi, non dormiva mai due sere di seguito nella stessa stanza e i vicini raccontavano di sentire il rintocco di una campana a mezzanotte e alle due, gli orari tradizionali dell’arrivo e della partenza degli spiriti.

Per dare un’idea della dipendenza di Sarah dal volere dei fantasmi, quando il terremoto che colpì San Francisco nel 1906 distrusse tre piani della casa, la donna rimase intrappolata per lungo tempo nella sua camera da letto. Quando i domestici riuscirono a liberarla, dichiarò che quello era un segno dell’ira degli spiriti, indignati per la troppa attenzione che, nella costruzione, era stata data alle stanze sulla facciata. La parte anteriore, quindi, non fu riparata, ma fu sigillata con assi di legno, e la costruzione riprese dedicando maggiore attenzione alle altre parti della magione.

In un altro caso, dopo avere notato l’impronta nera di una mano sul muro della cantina e averlo interpretato come un cattivo presagio, ordinò di far sigillare la stanza, piena di liquori e vini rarissimi, che non venne mai più riaperta e, tuttora, non si sa in quale punto della casa si trovi.

La casa fu costruita, demolita, ampliata, arredata per i successivi quarant’anni, e non c’era momento in cui i lavori smettessero, tanto che Sarah fece costruire case per gli operai e per le loro famiglie all’interno della sua proprietà, che era una specie di cittadella autonoma.

La camera da letto dove morì Sarah Pardee Winchester.

Sarah Winchester morì nel sonno a 83 anni, nel 1922, e fu sepolta insieme alla figlia e al marito all’Evergreen Cemetery di New Haven. Fedele alla passione per il numero 13, il suo testamento era diviso in 13 parti e firmato 13 volte e comprendeva i suoi molti nipoti, i suoi domestici preferiti, e una somma ingente perché l’Ospedale del Connecticut potesse costruire un reparto dedicato ai malati di tubercolosi.

Un deposito di vetrate Tiffany all’interno della casa (foto di Marydenise6).

Salotto (foto di Marydenise6)

Sala da ballo. Sarah non diede mai feste all’interno della casa (foto di Marydenise6).

Molte vetrate riportano frasi in apparenza insignificanti, ma che per Sarah dovevano avere un significato esoterico.

Al momento della morte di Sarah, Llanada Villa (questo il vero nome di casa Winchester) si estendeva per oltre 6 acri e comprendeva 2.000 porte, 10.000 finestre, 47 scale e 47 caminetti, 6 cucine. La casa annovera anche alcune invenzioni che, ora, sembrano scontate, ma che ai tempi erano molto all’avanguardia. Ad esempio, alcuni storici ritengono che Sarah fu la prima a usare la lana isolante; c’era una manovella interna per aprire e chiudere gli scuri esterni delle finestre, che ora è la norma; era installato in ogni stanza un sistema di altoparlanti usato per convocare i domestici sparsi per la casa; le lampade a carburo si accendevano schiacciando un bottone, come oggi, e il gas era prodotto all’interno della casa. Gli spiriti raccomandarono anche la costruzione di un ascensore a pistoni orizzontale, l’unico negli Stati Uniti, non si sa bene per quale motivo.

Per altre bellissime foto della casa, visitate il sito ufficiale: http://www.winchestermysteryhouse.com

Una piccola ma utile innovazione: angoli di ottone agli scalini per permettere ai domestici di pulire più comodamente.

Alcuni gradini sono bassissimi, probabilmente per aiutare Sarah, che in vecchiaia soffrì di un’artrite devastante, a salire le scale.

JESUS CHRIST SUPER WEIRD

Amo le pacchianerie. Non in casa mia, ovviamente, ma le ingenuità, l’appassionata convinzione, la mancanza di senso del ridicolo mi rendono in qualche modo gradite anche “le buone cose di pessimo gusto”, specialmente in ambito religioso.

Ecco una breve carrellata di pacchianeria religiosa nostrana; nomi omessi per non incorrere nelle ire del Signore.

…non come certi uomini viscidi e traditori!

Non so perché, ma questo mi ricorda moltissimo il logo di qualche produttore di biscotti. Sarà l’assonanza con “Casa mia, donna mia, pane e aglio vita mia”.

Reminescenze di “Gigante, pensaci tu!”

Un mix di Harmony e I dieci comandamenti per far tremare le ginocchia delle signore più appassionate.

Qui in realtà non c’è nulla di strano, ma il titolo mi ricorda tantissimo “Alla ricerca dell’arca perduta”, o “Il grande cuore di Clara”.

Non che in America siano più sobri:

Lecca lecca religioso. Nulla avvicina a Gesù come mangiarne la croce.

Kit per il trucco dedicato alle bambine veramente cristiane che vogliono piacere a un uomo solo: Gesù.

Chissà se si inizia a parlare in aramaico dopo averne assaggiata una.

Dio ti vede. E forse guida un camion (foto di Sebastian Bauer)

Non so se sia un lavoro di Photoshop, ma è proprio il tipo di frase che mi aspetterei da Dio! (foto di Armante)

Mi viene in mente solo…WTF?

Uhm…sottile!

Se pensavate che i cani giocassero solo a poker, beh, vi sbagliavate.

GIOIELLI DI CAPELLI

Tra i suoi (di Giorgio IV) effetti personali ho trovato una prodigiosa quantità di capelli femminili, di tutti i colori e di tutte le lunghezze, alcuni ancora coperti di cipria e pomate”

George Wellington

Braccialetto di capelli con miniature di William e Mary d’Inghilterra

Giorgio IV non era un serial killer ante litteram, ma una persona che sapeva, come tutti nella sua epoca, che i capelli sono eterni: basta pensare alle molte mummie che abbiamo visto nella nostra vita e ai brividi che ci provocano sempre quei ciuffi di capelli ancora attaccati alla cute disseccata, cose caparbiamente vive su un corpo morto, come a ricordarci che, un tempo, ciò che guardiamo con orrore era una persona come noi. I capelli sono anche simbolo di forza (Sansone diventa innocuo quando perde i propri ricci), di seduzione (basta pensare ai quadri dei Preraffaeliti), a volte di vendetta, come nel racconto di Bram Stoker, “Il segreto dei capelli d’oro”, in cui una fluente chioma bionda torna dall’aldilà per punire l’assassinio di una donna per mano dell’amante traditore.

I capelli sono ciò che materialmente resta di una persona che lascia questa terra; sono ciò che non cambia nel passaggio tra la vita e la morte. Il ricordo e l’amore sono i concetti a essi collegati e, prima dell’avvento della fotografia, una ciocca di capelli manteneva vivo il ricordo e l’affetto, non necessariamente per un defunto; ad esempio, le ragazze creavano album con i capelli delle proprie compagne di scuola, accompagnate da frasi e dediche. Nel XIX secolo venivano addirittura prodotte speciali cartoline di San Valentino su cui incollare una propria ciocca di capelli da spedire all’amato/a.

Pagina di scrapbook con capelli di famiglia

I gioielli composti di capelli e spesso uniti a materiali preziosi come oro e gemme diventarono popolarissimi da metà Ottocento in poi, nonostante fossero già apprezzati prima del 1500. Anche il poeta inglese John Donne, infatti, fa riferimento a un bracciale di capelli in una delle sue poesie, “La Reliquia”:

Quando scoperchieranno la mia tomba

Per fare posto a qualche nuovo arrivo

(Vezzo imparato dalle donne, questo,

Far da letto a più d’uno), e un braccialetto

Di lucenti capelli attorno a un osso

Scorgerà chi ci scava, non vorrà

Lasciarci stare in pace, giudicando

Che è una coppia d’amanti che lì giace,

E quello un espediente sopraffino

Per potersi – le anime – incontrare,

In quell’estremo giorno indaffarato,

A quella tomba, e stare lì un pochino?

Bracciali di capelli

Una delle cause dell’esplosione di popolarità dei gioielli di capelli fu che gli artigiani e i produttori di parrucche si ritrovarono senza lavoro quando le parrucche indossate dai nobili passarono di moda. Creare gioielli con i capelli fu per loro un modo di reinventarsi rimanendo più o meno nello stesso campo. All’inizio i gioielli di capelli erano creati in collaborazione con maestri orafi, che montavano le ciocche su oro e le decoravano con perle o pietre preziose ed erano, più che emblemi funebri simboli d’amore tra due persone. C’erano addirittura compratori di capelli umani che giravano per le campagne per acquistare i capelli dei contadini o persuadere le donne a farseli tagliare in cambio di chincaglieria.

L’evoluzione nell’arte degli hairworks (uso il termine inglese, più conciso ed elegante) fu rapida nel XVI secolo, perché diventarono più economici e, addirittura, un passatempo casalingo, visto che spesso le donne intrecciavano da sole i capelli che avrebbero poi portato dagli orafi per la montatura. Intorno al 1760, in Inghilterra e sul continente, il mercato di massa dei gioielli commemorativi e funebri fu invaso dai capelli, di solito incollati su avorio o vello a comporre scenette simboliche. Era diffusa la variante di intrecciare il crine di cavallo ai capelli umani per renderlo più resistente e usarlo per comporre gli hairworks più intricati e di grandi dimensioni. Un accostamento apprezzato era il crine nero e bianco, intrecciato a catene d’oro.

Collana di capelli

L’età d’oro per i gioielli di capelli, sia in Europa che in America, fu il XIX secolo.

Gran parte dell’hairworks si basava sulla moda lanciata dai regnanti, trovando nella Regina Vittoria, che dava sfogo alla propria natura sentimentale inserendo capelli del defunto Re Albert in medaglioni, spille e braccialetti, la sua massima espressione. Data la natura intima del gesto, conservare i capelli era importante quanto regalarli. Sempre la Regina Vittoria ricorda come la Principessa Eugenia si fosse commossa fino alle lacrime per aver ricevuto un bracciale fatto con i capelli della sovrana inglese. Tra i regnanti e i nobili di varie epoche appassionati di gioielli fatti con i capelli si ricordano i cortigiani di Carlo II (circa 1660 la regina Henrietta Maria (1609-1669), la Duchessa di Portland (1715-1785). Anche Napoleone aveva una catena da orologio fatta con i capelli della moglie, l’Imperatrice Maria Luisa.

Tra gli hairworks, quelli francesi tendono a essere i più apprezzati per la loro raffinatezza e delicatezza: infatti, in Francia i prezzi rimasero alti e non si sviluppò mai un mercato di massa aperto anche ai i meno abbienti, perché i gioielli di capelli non ebbero mai la popolarità che incontrarono in Inghilterra. Gli hairworks francesi, quindi, così come quelli dell’Est Europa, mantengono una certa grandiosità, spesso espressa in set coordinati di bracciali, orecchini e collane di capelli. All’Esposizione di Parigi del 1855 fu addirittura creato un ritratto a grandezza naturale della Regina Vittoria fatto interamente di capelli, un omaggio appropriato per la sovrana diventata un simbolo di questo stile di gioielleria.

Proprio per quanto riguarda l’Inghilterra, gli hairworks erano associati soprattutto al lutto, e moltissimi si dedicavano a questa arte. La concorrenza in questo campo, nel XIX secolo, era agguerrita; cataloghi gratuiti, sconti, musei permanenti presso gli orafi erano i mezzi più usati per attirare i clienti. Fra i più famosi si ricordano Shuff, Cleal, Fosser, Bakewell, Lee.

TECNICHE

Data la natura del materiale, non era difficile vedere ragazze e signore impegnate a intrecciare capelli per farne gioielli sedute in salotto, in compagnia delle amiche. Gli hairworks erano un passatempo femminile quanto il lavoro a maglia e anche per questo godettero di una grande  popolarità in tutta Europa.

Le tecniche usate erano essenzialmente quattro:

Lavoro a tavolino/ intreccio

Orecchini realizzati con la tecnica dell’intreccio

Era impiegato un tavolino con un buco al centro al quale erano fissati i capelli, tenuti in posizione con dei rocchetti. A questo punto i capelli, dopo essere stati contati e posizionati sul tavolo, venivano intrecciati come normali fili. Se si voleva ottenere una forma cava, ad esempio per un paio di orecchini sferici, i capelli erano intrecciati attorno a uno stampo o del fil di ferro. Era importante usare capelli molto lunghi dato che, a forza di intrecciare, si otteneva un “filato” lungo circa la metà dell’originale. La maggior parte degli hairworks più antichi è stata creata con questa tecnica.

Tavolozza

Spilla del periodo Georgiano

Molto semplicemente, i capelli erano lavorati nella forma desiderata (fiori, uccelli, immagini simboliche) su una tavolozza simile a quella di un pittore. Di piccole dimensioni, questi lavori erano poi messi sotto vetro e incastonati nel gioiello.

Dipinto color seppia

Medaglione con dipinto color seppia

Paesaggio realizzato solo con capelli sovrapposti a dare un aspetto tridimensionale

Popolare già prima del 1700 e per tutto il 1800, questo tipo di gioielli era realizzato su avorio o vetro. Di solito le scene e le linee più sottili erano realizzate in inchiostro e i capelli erano usati solo come abbellimento, ma in opere più raffinate il dipinto è realizzato completamente da strati di capelli. Le scene ritratte mostravano paesaggi, urne funerarie e donne in abiti classici in atteggiamento dolente; grande importanza avevano poi le immagini simboliche, come i cuori intrecciati, il cane per indicare fedeltà del/la vedovo/a, uccelli per evocare la vita eterna e così via.

Fiori e corone

Corona di capelli

Se un gioiello non è abbastanza, immaginate un intero, enorme quadro fatto di capelli. Le corone, composte di fiori di capelli intrecciati attorno a un bastoncino e tenuti fermi con filo metallico, erano sistemate dentro cornici profonde, su un fondo di velluto o seta ed erano messe in mostra come veri e propri quadri. Le corone avevano di solito la forma di un ferro di cavallo lasciato aperto in alto in modo da poter aggiungere fiori di capelli a piacimento. In realtà le corone non erano fatte solo per fini commemorativi, ma potevano essere composte anche dai capelli di amici, famiglie, classi scolastiche ecc.

Dalla seconda metà del XIX secolo, i gioielli di capelli iniziarono a perdere popolarità, e già intorno al 1930 erano praticamente in disuso. Oggi sono molto ricercati da un certo tipo di collezionisti, e possono raggiungere cifre da capogiro per gli esemplari più raffinati. Attualmente c’è un certo revival di quest’arte, a cui si dedicano alcuni artisti come, ad esempio, Kate Kretz.

“My young lover”, capelli ricamati e intrecciati su cuscino di Kate Kretz

“Hermaphroditic romanticism”, capelli, grafite e acrilico su carta di Kate Kretz

LEON SPILLIAERT, L’AUTORITRATTO E LO SPECCHIO

La prima volta che ho visto un autoritratto di Spilliaert ho esclamato: “Eraserhead”! I capelli ridotti a un nembo fluorescente, lo sguardo fisso e allucinato, l’atmosfera sospesa e sognante non potevano non ricordarmi il protagonista del film di Lynch. Spilliaert intraprende nei suoi autoritratti un’analisi spietata, a volte sbigottita, di se stesso, come se solo riportando le proprie fattezze sulla tela si rendesse conto di esistere veramente.

Nato a Ostenda nel 1881, figlio del profumiere e parrucchiere Léonard-Hubert Spilliaert e di Léonie Jonckheere, fin da piccolo si appassiona all’arte e al disegno.  Principalmente autodidatta, a parte una parentesi all’Accademia di Bruges tra il 1899 e il 1900, la sua arte sarà fortemente influenzata dalla malattia, una dolorosissima ulcera allo stomaco che lo renderà insonne ma gli permetterà di realizzare bellissime visioni notturne di Ostenda, oltre ad accentuare la sua natura “inquieta e frenetica”, come la definisce lui stesso.

Autoritratto, 1902

Dal 1902, Spilliaert inizia a lavorare per Edmond Deman, un editore di Bruxelles specializzato nelle opere dei pittori Simbolisti, grazie al quale viene a conoscenza delle opere di Khnopff, Rops, Ensor, Redon; sempre al 1902 risale il suo primo autoritratto, doverosamente accademico e realista, ma l’ Autoritratto con maschere, datato 1903, mostra come nel giro di un anno l’autoanalisi e l’introspezione del pittore si fossero fatte più profonde.

Autoritratto con maschere, 1903

Qui Spilliaert si raffigura di tre quarti, con ombre dense che modellano le orbite, la fronte corrugata e la piega amara della bocca. Dallo sfondo emergono visi semitrasparenti, tra cui uno in miniatura dello stesso artista. Alcuni hanno suggerito che il viso gonfio appena alle spalle del pittore possa essere una prefigurazione di Spillliaert da vecchio, anche se la spiegazione non mi convince. Dato che la metà sinistra del foglio è cancellata, ma lascia emergere i tratti del viso ossuto di un uomo, la mia sensazione è che quelli attorno a Spilliaert siano ricordi, ossessioni o paure.

Nel 1904, Spilliaert scopre a Parigi le opere di Lautrec e Munch, che hanno su di lui una forte influenza; da allora, l’artista trascorre molti inverni nella Ville Lumière, in modo da tenersi aggiornato sulla vita culturale e sulle nuove tendenze artistiche.

Fra il 1907 e il 1909 Spilliaert realizza gli autoritratti più inquietanti e introspettivi, usando pochissimi colori e affidandosi soprattutto ai giochi di luce e ombra all’interno di composizioni sobrie, dai contorni definiti.

Autoritratto, 1907

In questo autoritratto emerge anche il tema dello specchio, simbolo per eccellenza di un’identità multipla e illusoria. L’artista siede davanti al cavalletto, intento a dipingere lo stesso autoritratto che stiamo guardando, così che noi siamo allo stesso tempo spettatori e specchio di Spilliaert. Alle sue spalle sta uno specchio rettangolare che ne riflette uno più piccolo ornato di volute, quello che l’artista sta usando per ritrarsi. In un altro autoritratto del 1907 l’artista è intento a schizzare la propria immagine su un quaderno blu, lo sguardo malinconico fisso nel nostro. In “Silhouette del pittore, Spilliaert diventa addirittura solo un’ombra nera simile a uno scheletro contro lo sfondo chiaro della finestra.

Autoritratto con quaderno blu, 1907

Silhouette del pittore, 1907

Risale al 1908 il famoso Autoritratto allo specchio, quasi il fotogramma di un film horror. L’angolazione dal basso che deforma l’onnipresente specchio, i colori terrosi, il viso cadaverico di Spilliaert, con buchi al posto di occhi e bocca, ne fanno il ritratto disperato di una personalità alla deriva nella ricerca dell’identità. Il segno nero intorno all’occhio sembra insistere sul fatto che, pur guardando ossessivamente, vedere realmente è impossibile, soprattutto se stessi. L’autore vuole anche dirci che ogni momento che viviamo ci porta paradossalmente più vicini alla morte, come ricorda l’orologio nella campana di vetro alle sue spalle.

Autoritratto allo specchio, 1908

Autoritratto al cavalletto, 1908

Autoritratto, 1908

Dal 1909 gli autoritratti si fanno meno frequenti; Spilliaert sembra cercare respiro nei paesaggi, nelle spiagge, in personaggi sì isolati, ma che non sono, per lo meno, il pittore stesso, perso in un mondo a cavallo tra Espressionismo, Simbolismo e incubo.