IL FILOSOFO IMBALSAMATO

Qualche tempo fa, il bell’articolo dell’impareggiabile Bizzarrobazar sull’effigie di Sarah o’ Hare mi aveva riportato alla mente l’altrettanto sconcertante immagine del filosofo Jeremy Bentham conservata all’University College di Londra:

Jbentham

Quello che si vede nella teca è il suo corpo imbalsamato, coronato da una riproduzione in cera (quella originale fu danneggiata durante l’imbalsamazione) della testa del padre dell’utilitarismo.  Riformatore (appoggiò idee controcorrente, come il suffragio universale, i diritti degli animali, l’illegalità della schiavitù), giurista, filosofo, Bentham fu tra i fondatori dell’University College, e all’University College decise di lasciare il suo intero patrimonio, a condizione che il suo corpo fosse imbalsamato e per sempre conservato tra le sue mura.  Tra le condizioni da non trasgredire c’era anche quella di essere trasportato alla presenza del consiglio di facoltà ogni volta che veniva indetta una riunione.

Ma dov’è la vera testa di Bentham? Al momento è conservata in una scatola apribile solo con quattro chiavi diverse, per evitare che gli studenti la rubino per i loro scherzi di cattivo gusto, ma per molto tempo ha trovato la sua collocazione ai piedi del suo proprietario, fino a che degli studenti del King’s College non la rubarono per averne un riscatto di 10 £ da devolvere a un istituto di carità.

La vera testa ai piedi di Bentham

La vera testa ai piedi di Bentham

La testa solitaria

La testa solitaria

Ma leggiamo le parole del suo testamento:

Consegno il mio corpo al mio caro amico Dottor Southwood Smith perché ne faccia ciò che è più avanti menzionato, ed esigo che prenda le necessarie misure affinché le parti del mio involucro corporeo vengano preservate nel modo espresso nell’incarto allegato a questo Testamento e in cima al quale ho scritto Auto Icon (il nome dato da Bentham alla propria mummia). Lo scheletro sarà composto in modo da essere sistemato sulla sedia che ho occupato in vita, e nell’atteggiamento di riflessione  proprio dei momenti dedicati alla scrittura. Lo scheletro, così preparato, sarà poi preso in carico dal mio esecutore testamentario, che lo vestirà in uno degli abiti neri che indosso di solito. (….) Il corpo  sarà sistemato in un contenitore appropriato, in cima al quale sarà affissa una targa con il mio nome scritto in lettere ben visibili (…)

Il Dottor Southwood Smith

Il Dottor Southwood Smith

Come Bentham desiderava, fu il suo amico Southwood Smith, tre giorni dopo il decesso, a dissezionarne il cadavere, alla presenza di molti studenti come parte di una lezione di anatomia. La carne fu poi rimossa dal corpo e allo scheletro, rivestito e imbottito di paglia, venne poi riattaccata la testa.

Non si sa con sicurezza perché Bentham abbia voluto essere imbalsamato in modo così singolare; le spiegazioni vanno da un ego smisurato a uno scherzo post-mortem a spese dei viventi. Forse Bentham ha solo voluto mettere in discussione il bagaglio di superstizioni religiose legate alla morte, facendo del proprio corpo un messaggio morale per i posteri.

JOEL PETER WITKIN : L’ORRORE IN SCENA A FIRENZE

Rompo il lungo silenzio (chiedo scusa ai miei ventisette lettori, ma gli ultimi sei mesi sono stati abbastanza travagliati) sull’onda dell’emozione di aver saputo che Firenze ospiterà, dal 21 marzo al 24 giugno 2013, presso il Museo Alinari della fotografia, una mostra con 55 opere del Maestro, Joel Peter WItkin.

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Immagino che il suo lavoro sia più o meno noto a tutti gli amanti del weird, dell’horror e del macabro: le sue composizioni fotografiche, vere e proprie messe in scena teatrali, in cui il dettaglio è curato in modo maniacale, sono un tour de force nell’incubo, nei percorsi tortuosi che la mente compie quando l’occhio è costretto a guardare, suo malgrado affascinato, in quanti modi un corpo umano può essere sezionato, contorto, corrotto e reso ripugnante. Anche i miti artistici del passato sono dissacrati dalla sua macchina fotografica, quasi a mostrare che, con il passare dei secoli, il loro significato è morto come coloro che li hanno creati.

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Se vogliamo scavare nei traumi del passato, lo stesso Witkin ha più volte raccontato questo episodio accaduto durante la sua infanzia:

“Successe di domenica quando mia madre, io ed il mio fratello gemello stavamo scendendo le scale del palazzo in cui abitavamo. Stavamo andando in chiesa. Mentre camminavamo lungo il corridoio verso l’ingresso del palazzo, abbiamo sentito uno schianto incredibile insieme ad urla e grida in cerca di aiuto. L’incidente ha coinvolto tre vetture, tutte e tre con famiglie complete dentro. In qualche modo, nella confusione, non stavo più tenendo la mano di mia madre. Nel punto in cui mi trovavo sul marciapiede ho potuto vedere qualcosa che rotolava da una delle auto rovesciate. Si fermò sul marciapiede dove mi trovavo. Era la testa di una bambina. Mi chinai a toccare il viso, per parlargli – ma prima che potessi toccare qualcuno mi ha portato via”.

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La ricerca di una bellezza-orrore, la morte e il suo accanirsi sul corpo, il tabù del disfacimento, svelato e “nobilitato” da complicate scenografie, una sessualità ambigua dai toni necrofili che molti definirebbero indecente, i continui rimandi al cristianesimo fanno della mostra di Witkin un evento da non perdere, un must per tutti gli amanti del weird. Io di sicuro non me la perderò.

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