GATTI IN VESTE DI DONNA

Un bellissimo esemplare di British Blue

C’è un’associazione più tradizionale di quella che vede uniti donna e gatto? Moltissime religioni hanno almeno una dea protettrice dei gatti, e l’associazione continua ancora fuori dall’ambito religioso. Una donna può avere “movenze feline”; se protegge i suoi bambini è una “leonessa che protegge i suoi piccoli”; si parla di “tigre nel letto” per indicare la sua destrezza sessuale; la donna single con un gatto diventa una “gattara” e l’associazione continua anche nel mondo anglosassone: gli organi sessuali femminili sono “puss” o “pussy”, a volte “kitten”. La donna matura, “predatrice” di ragazzi più giovani, è una “cougar”, mentre l’uomo considerato poco virile è schernito con l’aggettivo “pussy”, come se essere associato alle donne e ai i loro organi sessuali fosse il massimo dell’insulto.

I gatti sono spesso visti anche come ostacoli a una potenziale relazione: una donna con un gatto non ha bisogno di un uomo, anteporrà sempre l’animale al partner, addirittura preferirà avere un micio piuttosto che un bambino. Un gatto è una calamità per l’ordine sessuale costituito!

Alcuni tratti negativi del gatto sono a volte associati alle donne: avidità, freddezza, imprevedibilità, egoismo, slealtà. Proprio per queste caratteristiche donne e gatti sono da domare e da tenere d’occhio, in modo che non fuggano o si ribellino. In più, i gatti vivono al di fuori del gruppo e non beneficiano quindi della sua protezione, così come ancora molte donne non trovano protezione all’interno della società.

Una statuetta della dea gatta Bast

Il gatto era il favorito di due tra le più importanti dee del pantheon egiziano (tre se consideriamo anche Sekhmet, la dea leonessa), Bast (o Bastet) e Iside e poteva vantare un trattamento degno dello stesso Faraone: era prevista la pena di morte per chiunque togliesse la vita a un gatto, ed è noto che i felini erano imbalsamati per godere della vita eterna presso la loro protettrice, Bast, dalla quale prese il nome la città di Bubastis, nota per la sua necropoli felina.

Bastet aveva una natura ambivalente: figlia di Ra, con il quale solcava il cielo durante il giorno, era anche legata alle tenebre. Di notte, infatti, si trasformava in gatto per difendere il padre dal serpente Apep (o Apophis), suo nemico giurato. Con il suo occhio che tutto vede, chiamato utchat, riuscì infatti a uccidere il serpente, garantendo che il sole continuasse a splendere sull’Egitto.

Dalla radice del suo nome egizio, Pasht, deriva la parola “passione”: Bast era anche la dea dei piaceri sensuali, e quale animale è più sensuale, nelle sue movenze, del gatto?

Il legame tra Iside e i gatti ha avuto ripercussioni sociali ben oltre la fine dell’impero egiziano dato che, con il Cristianesimo, i culti pagani non smisero di essere praticati e, anzi, la stessa Vergine Maria aveva molti, forse troppi tratti in comune con l’antica dea Iside: così come Horus, figlio di Iside, è nato senza un padre, così Gesù nasce senza l’intervento di un padre “fisico”; entrambe le dee sono eternamente vergini; l’arte le rappresenta come madri che tengono in braccio il bambino; quando Horus era piccolo, Iside lo salvò dal malvagio zio Seth, mentre Maria salvò Gesù dalla furia di Erode; entrambe sono chiamate “Signora della luce”, “Signora del cielo”, “Madre del mondo”, “Stella del mare”. Le corna di Iside sono probabilmente state convertite nella più rassicurante falce di luna su cui Maria posa i piedi in gran parte dell’ iconografia cristiana, mentre il disco solare è diventato la sua aureola. Alcune statue di Iside vennero addirittura rimodellate in modo da rappresentare la madre del nuovo salvatore.

Iside e Maria a confronto

Perché questa divagazione? Per spiegare i genocidi di felini e la tremenda nomea del gatto, soprattutto nero (colore sacro a Iside e ritenuto portafortuna dagli egizi), durante i secoli del cristianesimo. Associato a culti pagani “pericolosi”, divenne il simbolo del male, un demone divoratore di anime. Pare che San Domenico fosse stato attaccato da un demoniaco gatto nero con la lingua di fuoco, e che San Cadoco ingannò il diavolo consegnandogli un gatto nero invece dell’anima umana che il Maligno reclamava.

Il 1233 vide l’emanazione da parte di papa Gregorio IX della bolla “Vox in Rama”, che diede inizio all’Inquisizione e autorizzò lo sterminio in nome di Dio di tutti i gatti. Furono milioni i felini torturati, crocifissi, bruciati, sepolti vivi per garantire la solidità di una casa, uccisi per garantire la fertilità dei campi e la salute del bestiame, in una paradossale congerie di imposizione cristiana e recrudescenza pagana indotta proprio dal dogma di Dio.

“Diavolo e strega in forma di lupo e gatto”, stampa tratta dal “Compendium maleficarum” di F.M.Guaccio, 1626

Il legame strega-gatto nacque con la bolla papale “Summis Desiderantes”, emanata da Papa Innocenzo VIII, che servì da base per il “Malleus Maleficarum” (Martello delle streghe), una guida utilizzata dagli inquisitori per “riconoscere” i sintomi di stregoneria in una donna. Tra le migliaia di sintomi stregheschi, ovviamente, c’era il prendersi cura di uno o più gatti e molte donne furono costrette a confessare di avere avuto rapporti sessuali con Belzebù sotto forma di un grosso gatto nero.

Tra le usanze che coinvolgono gatti e stregonerie c’era quella di incidere una croce sulla pelle dei gattini appena nati per impedire che, al settimo anno di età, si trasformassero in streghe e molte donne furono accusate di tramutarsi in neri felini per andare a succhiare il sangue del bestiame nelle stalle o per spargere malattie durante la notte.

Come le presunte streghe, anche i gatti furono torturati tra sofferenze atroci; in particolare, a Metz si celebrò fino al 1777 una festa annuale in cui si chiudevano 13 gatti in gabbie di ferro date alle fiamme sulla pubblica piazza per proteggere i cittadini dalle malattie; a  Ypres, invece, si lanciavano ogni anno gatti vivi dalla torre di Korte Meers. Questa usanza, detta Kattestoet, continua ancora oggi ma, per fortuna, con pupazzi a forma di gatto.

La famosa Olympia di Manet, cortigiana con il suo gattino nero. Il connubio donna di piacere-gatto continua, anche se è il 1863

L’epoca buia per donne e gatti si concluse con l’Illuminismo, ma anche nell’ “Epoca dei lumi” l’associazione tra le due categorie era dura a morire: non era raro vedere quadri raffiguranti cortigiane con un gatto tra le braccia o nelle vicinanze, per segnalare allo spettatore che la donna rappresentata non era una rispettabile moglie e madre ma, appunto, una prostituta.

Freyja sul suo carro trainato dai gatti blu

Molte altre sono le divinità femminili associate ai gatti: la dea Freyja (il cui nome significa “Signora”), l’equivalente guerresco di Venere nella mitologia nordica, aveva un carro trainato da due bellissimi gatti blu, dono del suo sposo Thor. Per restare nel grande Nord, anche i Celti avevano una dea gatta chiamata Palu o Palug, uno dei tre flagelli dell’isola di Anglesey, simbolo forse della dea Cerridwen insieme a un altro animale, alla scrofa. Il mostro Chapalu del ciclo arturiano deriva forse proprio dalla dea gatta dei Celti.

La Scozia può vantare una dea delle streghe chiamata “Mither o’the mawkin”, dove il mawkin o malkin era, appunto, il gatto. Anche le sacerdotesse che officiavano i rituali di Beltane (il giorno a metà tra l’equinozio di primavera e il solstizio estivo) indossavano costumi dalle fattezze feline.

La dea Shasti

Spaziando a Oriente, la dea Kali, grande signora della religione Indiana, evocata con mille appellativi e temuta almeno quanto è adorata, è spesso raffigurata insieme a dei gatti neri, un colore che ricorre di continuo nel suo culto: la dea ha pelle e capelli neri, viene adorata in particolare nelle notti di luna nera e i suoi sacerdoti indossano vesti nere.

Una dea indiana (o meglio, deva) poco conosciuta è Shasti, sempre rappresentata con il suo Vāhana (lett:ciò che porta, ciò che spinge; è l’animale o l’entità mitica usata dai deva per muoversi), un grosso gatto. Dea protettrice delle nascite e dei bambini, era in origine rappresentata con il volto da gatto. Una leggenda della regione del Bengala racconta che una donna golosa incolpò il gatto di casa di avere rubato il cibo che, in realtà, aveva mangiato lei. Il felino venne punito ma, essendo il Vāhana di Shasti (che coincidenza!), andò dalla dea a chiedere vendetta, e lei gli ordinò di rapire tutti i bambini che la colpevole avrebbe partorito. La vendetta andò avanti fino al sesto figlio, finché la donna decise di indagare: dopo aver vegliato tutta la notte, vide il gatto rapire il suo ultimo nato e lo seguì fino ad arrivare alla dimora di Shasti, dove trovò tutti i suoi bambini che giocavano attorno alla dea. La madre chiese il perdono del gatto, che glielo accordò, e giurò a Shasti di venerarla sempre con un rituale che sarebbe poi stato conosciuto come Jamai-Shasthi Vrata.