WINCHESTER HOUSE, LA VERA CASA DEI FANTASMI

Vista di casa Winchester.

Di case che hanno la nomea di essere stregate ce ne sono tante; ma quante sono le case costruite apposta per i fantasmi?

Casa Winchester si trova a San José, California, ed è un grande edificio in stile vittoriano che, per molti anni, è stato la residenza di Sarah Pardee Winchester, una ricca vedova le cui stranezze diedero il via a speculazioni di ogni genere riguardo ai suoi contatti con l’aldilà.

Un ritratto di Sarah Pardee nel 1865.

Sarah Pardee nacque in Connecticut nel 1839. Conosciuta come “la bella di New Haven”, Sarah era una ragazza cresciuta tra gli agi, molto popolare per la sua intelligenza e vivacità, che suonava splendidamente il pianoforte e parlava 4 lingue. Il 30 Settembre 1862 sposò William Wirt Winchester, erede della compagnia che produceva, appunto, le famose armi Winchester. Un periodo quanto mai propizio per gli affari, dato che la Guerra Civile era in pieno svolgimento e le vendite erano perciò al culmine.

Sarah e il marito William.

Quattro anni dopo il matrimonio, Sarah diede alla luce la loro unica figlia, Anna, che, però contrasse il marasma infantile, una malattia che causa una carenza di proteine e riduce il peso corporeo anche dell’80%. La bambina morì poco dopo essere nata, e Sarah si ritrovò sull’orlo della pazzia e a questo si aggiunse, dopo qualche anno, anche la morte del marito a causa della polmonite. Questo rese Sarah proprietaria di 20 milioni di dollari, di una rendita giornaliera di 1.000 dollari (20.000 dollari attuali) e del 50% delle industrie Winchester.

La salute mentale della donna, straziata dai lutti, peggiorò ulteriormente e, forse in un ultimo tentativo di salvarla dal baratro, un’amica le suggerì di incontrare una medium di Boston. Quest’ultima rivelò a Sarah che sulla famiglia Winchester pesava una maledizione, e che gli spiriti di tutte le persone che erano state uccise con le armi da fuoco Winchester erano infuriate e gridavano vendetta. La medium le consigliò quindi di trasferirsi a Ovest e di costruire una casa che avrebbe ospitato non solo lei, ma anche gli spiriti. Le raccomandò poi di non interromperne mai la costruzione, pena la sua stessa vita.

Sarah, quindi, fece armi e bagagli e raggiunse Santa Clara Valley, dove acquistò una casa di sei stanze ancora in costruzione, ingaggiò 22 muratori che avrebbero lavorato a turno per costruire 24 ore su 24 e diede inizio a una costruzione folle, totalmente svincolata da ogni progettazione architettonica e da ogni regola edilizia.

Un’antica fotografia di Winchester house.

Non c’erano mappe o piani; Sarah schizzava su un foglietto la stanza che aveva in mente e lo passava ai carpentieri, per quanto irrazionale fosse: gli spiriti, spiegava, le avevano detto di costruirla così. La donna, infatti, aveva imparato a contattare gli spiriti dei defunti, tra cui quello del marito, che le indicava come costruire le stanze, come arredarle, come orientarle. Per questo ci sono colonne costruite al contrario con i capitelli a terra, finestre nel pavimento e altre stranezze. Sarah, inoltre, aggiunse ingegnosi trucchi per confondere i fantasmi malvagi, tra cui passaggi segreti attraverso cui scomparire se si sentiva inseguita, porte che si aprono su pareti, scale che finiscono contro il soffitto, lucernai costruiti l’uno sull’altro.

Porta murata.

Finestra nel pavimento.

Scale verso il nulla.

Porta su una delle facciate della casa.

A questo proposito, la rivista “The American Weekly”, 6 anni dopo la morte di Sarah, pubblicò una descrizione delle sue capatine notturne alla stanza delle sedute spiritiche:

“Quando Mrs. Winchester si preparava ad andare nella stanza delle sedute spiritiche, perfino il fantasma di un indiano o di un segugio sarebbe rimasto scoraggiato dal seguirla: dopo aver attraversato un interminabile labirinto di stanze e corridoi, all’improvviso schiacciava un bottone, un pannello si apriva, e lei sgusciava nella stanza accanto e, a meno che il fantasma non fosse veloce e furbo, la perdeva. Poi la donna apriva una finestra e la scavalcava, non per cadere nel vuoto ma per ritrovarsi in cima a una scala che l’avrebbe fatta scendere di un piano; lì, avrebbe preso un’altra scala che l’avrebbe riportata al piano precedente e dentro la casa. Tutto questo per disorientare gli spiriti, che sono per natura molto sospettosi delle trappole.”

Con gli spiriti “buoni”, invece, Mrs. Winchester era estremamente ospitale: ad esempio si dice che, data la nota avversione dei fantasmi per gli specchi, in casa ce ne fossero appena tre.

Se gli spiriti non erano soddisfatti, un’ala della casa doveva essere demolita, una stanza appena costruita doveva essere rifatta da capo, una scala veniva sigillata. Tra le varie stranezze, il numero 13 ricorre in tutta la casa: le finestre hanno 13 pannelli, ogni scala ha 13 scalini, ci sono 13 ganci nella Blue Room, dove Sarah comunicava con gli spiriti, uno per ogni veste che indossava a seconda della seduta, candelabri a 13 bracci, 13 bagni.

Mrs. Winchester nel 1920.

La figura della stessa Mrs. Winchester assunse contorni favolosi: si diceva che si mostrasse solo con un fitto velo nero sul viso, e che avesse licenziato servitori che l’avevano spiata senza questa protezione. Inoltre, alcuni dicevano che potesse passare attraverso i muri e le porte, probabilmente a causa dei passaggi segreti e dei meccanismi disseminati in tutta la casa per spiare il lavoro dei domestici. Sempre per sviare i fantasmi malvagi, non dormiva mai due sere di seguito nella stessa stanza e i vicini raccontavano di sentire il rintocco di una campana a mezzanotte e alle due, gli orari tradizionali dell’arrivo e della partenza degli spiriti.

Per dare un’idea della dipendenza di Sarah dal volere dei fantasmi, quando il terremoto che colpì San Francisco nel 1906 distrusse tre piani della casa, la donna rimase intrappolata per lungo tempo nella sua camera da letto. Quando i domestici riuscirono a liberarla, dichiarò che quello era un segno dell’ira degli spiriti, indignati per la troppa attenzione che, nella costruzione, era stata data alle stanze sulla facciata. La parte anteriore, quindi, non fu riparata, ma fu sigillata con assi di legno, e la costruzione riprese dedicando maggiore attenzione alle altre parti della magione.

In un altro caso, dopo avere notato l’impronta nera di una mano sul muro della cantina e averlo interpretato come un cattivo presagio, ordinò di far sigillare la stanza, piena di liquori e vini rarissimi, che non venne mai più riaperta e, tuttora, non si sa in quale punto della casa si trovi.

La casa fu costruita, demolita, ampliata, arredata per i successivi quarant’anni, e non c’era momento in cui i lavori smettessero, tanto che Sarah fece costruire case per gli operai e per le loro famiglie all’interno della sua proprietà, che era una specie di cittadella autonoma.

La camera da letto dove morì Sarah Pardee Winchester.

Sarah Winchester morì nel sonno a 83 anni, nel 1922, e fu sepolta insieme alla figlia e al marito all’Evergreen Cemetery di New Haven. Fedele alla passione per il numero 13, il suo testamento era diviso in 13 parti e firmato 13 volte e comprendeva i suoi molti nipoti, i suoi domestici preferiti, e una somma ingente perché l’Ospedale del Connecticut potesse costruire un reparto dedicato ai malati di tubercolosi.

Un deposito di vetrate Tiffany all’interno della casa (foto di Marydenise6).

Salotto (foto di Marydenise6)

Sala da ballo. Sarah non diede mai feste all’interno della casa (foto di Marydenise6).

Molte vetrate riportano frasi in apparenza insignificanti, ma che per Sarah dovevano avere un significato esoterico.

Al momento della morte di Sarah, Llanada Villa (questo il vero nome di casa Winchester) si estendeva per oltre 6 acri e comprendeva 2.000 porte, 10.000 finestre, 47 scale e 47 caminetti, 6 cucine. La casa annovera anche alcune invenzioni che, ora, sembrano scontate, ma che ai tempi erano molto all’avanguardia. Ad esempio, alcuni storici ritengono che Sarah fu la prima a usare la lana isolante; c’era una manovella interna per aprire e chiudere gli scuri esterni delle finestre, che ora è la norma; era installato in ogni stanza un sistema di altoparlanti usato per convocare i domestici sparsi per la casa; le lampade a carburo si accendevano schiacciando un bottone, come oggi, e il gas era prodotto all’interno della casa. Gli spiriti raccomandarono anche la costruzione di un ascensore a pistoni orizzontale, l’unico negli Stati Uniti, non si sa bene per quale motivo.

Per altre bellissime foto della casa, visitate il sito ufficiale: http://www.winchestermysteryhouse.com

Una piccola ma utile innovazione: angoli di ottone agli scalini per permettere ai domestici di pulire più comodamente.

Alcuni gradini sono bassissimi, probabilmente per aiutare Sarah, che in vecchiaia soffrì di un’artrite devastante, a salire le scale.

FANTASMI AL NIGHT CLUB

“Johanna ha cercato di spingermi giù da una scala molto ripida; ho visto un fantasma di nome Pearl che teneva una testa sotto il braccio e non smetteva di ripetere  “Oh, la mia testa, la mia povera testa”. C’era un fantasma di nome Scott che continuava a urlarle contro che era colpa sua se lui e il suo amico Alonzo erano morti. Ho visto fantasmi nel bagno, sul palco, nell’appartamento del custode, nel bar. Ce n’erano ovunque”.

Echo Bodine, sensitivo e scrittore.

Il Bobby Mackey's Music World, uno dei luoghi più infestati d'America.

Licking Pike, a Newport, è una lunghissima, polverosa e anonima strada che costeggia il fiume Licking e la ferrovia. Se si guida lungo quella strada, si arriverà a un parallelepipedo basso e grigio, illuminato da una grossa insegna pacchiana. Bene, siete arrivati al Bobby Mackey’s Music World, uno dei luoghi più infestati d’America.

Per 40 anni, nel 1800, l’edificio che ora ospita il locale di musica country di Bobby Mackey fu usato come mattatoio. A causa della grande quantità di sangue versato e per la particolare conformazione del Licking River, uno dei due soli fiumi al mondo che scorre verso nord, l’edificio attirava numerosi gruppi di satanisti. Proprio Satana ha il suo zampino nell’omicidio che si consumò lì nel 1896 ai danni di Pearl Bryan, una 22enne originaria di Greencastle, figlia di un facoltoso agricoltore. Il suo corpo decapitato fu ritrovato nelle vicinanze del mattatoio e del delitto furono incolpati Alonzo Walling e Scott Jackson.

Facciamo un passo indietro: la storia parte con Scott Jackson, un impiegato della Pennsylvania Railroad Company, azienda che dovette abbandonare con l’accusa di appropriazione indebita.  Fuggì quindi a Greencastle, nell’Indiana, dove iniziò a risiedere per frequentare le lezioni di odontoiatria all’Università.

Nel 1893, durante una visita alla madre, Jackson incontrò Pearl Bryan, descritta come “attiva in chiesa e nella Scuola Domenicale, vivace e molto amata dai suoi familiari”. I suoi occhi azzurri, i capelli biondi dai riflessi ramati, la carnagione perfetta non mancarono di fare colpo su Jackson e nemmeno Pearl rimase indifferente al suo fascino dato che, con la complicità del cugino Will Wood, organizzava rendez vous segreti ogni volta che l’uomo si trovava in città.

L'unica foto conosciuta di Pearl Bryan.

Nel 1896 Pearl scoprì di essere incinta e chiese aiuto a Woods, che scrisse a Jackson; questi rispose a Woods di mandare la ragazza a Cincinnati. Pearl arrivò alla Cincinnati’s Grand Central Station la notte del 28 Gennaio 1896.

Ciò che successe poi è degno dei peggiori film splatter: Jackson cercò di praticare un aborto, allora illegale, con l’aiuto del compagno di studi odontoiatrici Alonzo Walling, usando proprio i ferri da dentista. A Pearl fu somministrata una forte dose di cocaina, non si sa se per attutire il dolore o per cercare di indurre chimicamente l’aborto. Ogni tentativo fallì: il gruppetto lasciò Cincinnati e attraversò il fiume fino in Kentuky, vicino a Fort Thomas, trascinandosi dietro una Pearl terrorizzata, quasi uccisa dall’emorragia ma ancora tenacemente viva. In un campo lontano dalla strada, in un punto appartato vicino al quale ora sorge il Bobby Mackey’s Music World, Jackson e Walling, presi dal panico per la piega che aveva preso la vicenda, decapitarono Pearl e ne abbandonarono il corpo nell’erba. La successiva autopsia rivelò che la ragazza era ancora viva quando i primi colpi di lama si abbatterono su di lei.

Scott Jackson.

Due giorni dopo l’arrivo di Pearl a Cincinnati, John Hewitt si trovò ad attraversare proprio quel campo, che apparteneva al suo capo, John Lock. Mentre camminava, si imbatté nel corpo di una donna con le gonne tirate fin sopra il capo e le gambe sollevate. Sulle prime l’uomo non fu scosso: come spiegò in seguito, “non sapevo se fosse morta o ubriaca. Molte donne della città avevano l’abitudine di andare là con i soldati. Era un posto isolato e lo usavano spesso per i loro appuntamenti galanti. Non era difficile trovarci delle donne ubriache”. Hewitt corse ad avvertire il suo capo, e presto arrivarono anche lo sceriffo e il Coroner Bob Tingley; ai piedi della donna trovarono segni di lotta e una pozza di sangue. Quando le abbassarono il vestito, scoprirono con orrore che la testa era scomparsa. Furono condotti sul luogo del delitto dei segugi che riuscirono a condurre la polizia fino al bacino idrico di Fort Thomas; prosciugato, non restituì purtroppo la tanto agognata testa di Pearl Bryan, che non fu mai trovata. Il corpo fu spostato a Newport per l’autopsia e lo si identificò solo quattro giorni dopo grazie al codice del produttore su una delle sue scarpe.

Alonzo Walling.

Dopo che si scoprì la lettera in cui Wood rivelava la gravidanza di Pearl a Jackson, quest’ultimo fu arrestato e il giorno successivo la stessa sorte toccò a Walling, poi i due iniziarono ad accusarsi a vicenda dell’omicidio. La polizia cercò in ogni modo di far loro confessare dove si trovasse la testa di Pearl, ma nessuno dei due aprì mai bocca al riguardo. Chi li conosceva bene sostenne che non avrebbero mai parlato per timore di inimicarsi il Demonio, al quale avrebbero offerto la testa in sacrificio durante un rituale satanico all’interno del vecchio mattatoio.

Il fratello di Pearl, Fred, arrivò a Newport per prendere in consegna il corpo della sorella e portarlo alle pompe funebri John P. Epply a Cincinnati; in un estremo tentativo di fare appello alla loro umanità, la polizia portò Jackson e Walling all’obitorio, dove giaceva il corpo decapitato della ragazza, abbigliato nel vestito della cerimonia del diploma. Come avrebbero fatto durante tutto il processo, i due rimasero freddi e impassibili anche davanti alla disperazione dei familiari di Pearl, che li imploravano di ridare loro la testa della ragazza.

Pearl fu infine seppellita al cimitero di Greencastle. Ancora oggi molte persone lasciano sulla sua tomba un penny con la testa di Lincoln, così che la ragazza abbia una testa quando arriverà il momento della resurrezione.

Sia Jackson che Walling, dopo due brevi processi, furono trovati colpevoli di omicidio e condannati all’impiccagione. Il giorno della loro morte i due uomini furono descritti come “impudenti e spavaldi”, come si erano sempre dimostrati. La sentenza era fissata per le 9 di mattina; alcuni minuti prima di quell’ora, Jackson disse che aveva un annuncio da fare a proposito di Walling: “So che Alonzo M.Walling non è colpevole di omicidio”. Nei momenti frenetici che seguirono, Jackson fu lasciato solo alcuni minuti a riflettere sulla sua nuova versione; quando gli chiesero se avesse altri dettagli da fornire a discolpa di Walling, rispose che “non aveva nulla da aggiungere”, così l’esecuzione riprese da dove si era interrotta.

Di nuovo a Jackson fu chiesto quali fossero le sue ultime parole. Secondo un testimone oculare, “Jackson fece una lunga pausa prima di parlare. Walling si girò con uno sguardo ansioso, aspettandosi certo che l’altro pronunciasse le parole che l’avrebbero salvato, sebbene a un passo dalla morte. Jackson, senza guardarlo, volse gli occhi al cielo: “Ho solo questo da dire, non sono colpevole del crimine per il quale sto per pagare con la mia vita”. Anche a Walling fu chiesto quali fossero le sue ultime parole: “Non ho nulla da dire, salvo che state togliendo la vita a un uomo innocente e chiamo Dio a testimone di questa verità”.

L’impossibilità di ritrovare la testa di Pearl Bryant diede origine alla leggenda che si trovasse in fondo al pozzo del vecchio mattatoio, fulcro dell’attività satanica del luogo. Proprio da qui iniziarono storie, testimonianze e leggende di fantasmi e possessioni.

Un'antica foto del mattatoio.

Durante gli anni del Proibizionismo, il mattatoio fu trasformato in un covo per giocatori d’azzardo. Stando alla leggenda, molti uomini furono uccisi e i loro cadaveri occultati per tenere lontano la polizia, non tanto per gli omicidi in sé, quanto per il liquore che scorreva a fiumi e le scommesse clandestine. Nessuno di questi omicidi, quindi, fu mai risolto.

Finito il proibizionismo, il locale passò a un certo E.A. “Buck” Brady, il quale ne fece un casinò chiamato “The Primrose”; quando inziò a fare soldi, entrò nel mirino della malavita di Cincinnati che offrì a Brady di “entrare in affari”. Quando l’uomo rifiutò, gli atti di violenza e vandalismo aumentarono finché Brady, esasperato, finì con l’uccidere a colpi di pistola un piccolo gangster, Albert “Red” Masterson. Uscito di prigione, Brady giurò che il locale non avrebbe mai più prosperato come casinò e alcuni anni dopo morì sucida.

Il Primrose passò di mano e, negli anni ’50, fu ribattezzato “The Latin Quarter”, un luogo noto per le sue attività illecite e violente. In quel periodo la figlia del proprietario, Johanna, ballerina all’interno del casinò, si scontrò con il padre, che ostacolava la sua relazione con Robert Randall, il cantante del Latin Quarter. Quando Johanna rifiutò di troncare la relazione, suo padre fece uccidere Randall, col risultato che la ragazza avvelenò suo padre con l’arsenico e ne prese lei stessa una grossa quantità, andando a morire nelle cantine. Solo qualche tempo dopo si scoprì che Johanna era incinta di cinque mesi. Ancora adesso è possibile leggere su una parete della soffitta la poesia che la ragazza ebbe la forza di scrivere prima di morire e il suo fantasma è tra quelli avvistati più di frequente nei pressi del bar.

La poesia di Johanna sul muro della soffitta.

Negli anni ’70 il locale diventò un Hard Rock Café, chiuso poi nel 1978 per gli eventi sanguinosi che, a prescindere dal decennio, continuarono a insanguinarne le stanze.

Nel 1978 l’edificio fu acquistato dall’attuale proprietario, Bobby Mackey, un cantante country il cui nome completo (coincidenza?) è Robert Randall Mackey, proprio come l’amato di Johanna. Nonostante la resistenza della moglie, affatto persuasa dal decrepito e tetro edificio, Mackey lo acquistò, e il Bobby Mackey’s Music World iniziò subito a prosperare.

Il primo a notare alcune inquietanti stranezze fu Carl Lewison, il custode che abitava al piano superiore del locale. All’inizio nessuno prese sul serio le sue storie di luci che si accendevano all’improvviso, porte chiuse a chiave che si aprivano, juke box spenti che di punto in bianco trasmettevano canzoni degli anni ‘30-’40, in particolare “Anniversary Waltz”. Lewison fu il primo a notare “uomini neri” con cappelli da cowboy che gravitavano intorno al bancone del bar e fu il primo ad avere conversazioni con il fantasma di Johanna, che più volte si impossessò del suo corpo. Sembrava che le voci fossero più forti e insistenti nel seminterrato, dove si trovava il pozzo protagonista del sanguinoso passato di sacrifici rituali dell’edificio; fu quindi in questo periodo che il pozzo iniziò ad essere conosciuto come “Hell’s gate”,  cioè “Passaggio per l’Inferno”.

Mackey non si riteneva un credulone, e di conseguenza le storie di Lewison non lo preoccuparono affatto. Le cose cambiarono quando sua moglie Janet confermò di avere avuto strani incontri paranormali, spesso accompagnati da un forte profumo di rose, il preferito di Johanna. Un giorno, incinta di cinque mesi, la donna fu spinta dalle scale della cantina da una forza invincibile che le aveva urlato di andarsene. Per fortuna il bambino, nato prematuro, non subì danni, ma è strano pensare che sia Pearl che Johanna erano incinte di cinque mesi quando persero la vita. Quell’episodio persuase definitivamente Mackey della presenza di fantasmi nel suo locale.

Nel 1994 l’uomo fece esorcizzare il locale, ma senza risultati duraturi. Dovette anche sopportare la denuncia da parte di un cliente che sosteneva di essere stato attaccato nelle toilettes da un fantasma con un cappello da cowboy!

Le precauzioni non sono mai troppe da Bobby Mackey!

Ora Mackey ha fatto buon viso a cattivo gioco e organizza tour quotidiani a beneficio dei cacciatori di fantasmi e dei curiosi. Ha anche scritto una canzone (facilmente rintracciabile su Youtube) che fa parte del suo repertorio da molti anni, “The Ballad of Johanna”. Non sempre i fantasmi fanno male al business!

Lo scrittore Douglas Hensley ha scritto un libro sulla truculenta storia di satanismo e omicidi che circonda l’edificio: “Hell’s Gate – Terror at Bobby Mackey’s Music Wolrd”. E’possibile richiederne una copia direttamente sul sito del locale, oppure leggerne gratis alcuni capitoli a questo link: http://www.bobbymackey.com/hellsgate/HellsGateSample/