CORSETTI DA UOMO

Il segreto del vestito sta tutto nella snellezza del punto vita. Indottrinate il vostro sarto, insistete, ordinate, minacciate! Spalle larghe, falde della giacca ampie e fluenti, fianchi strangolati: questa è la mia regola.

-Dandy francese, 1830-


Vignetta satirica del 1812

Il corsetto: sexy, potente, seducente. Tutto quanto c’è di più femminile, vero?

In realtà, il corsetto è uno dei capi di vestiario che più di ogni altro, nel corso dei secoli, ha travalicato ogni confine di genere ed è stato indossato sia da donne che da uomini.

Il termine corsetto viene dal francese antico corset, diminutivo del latino corps (corpo) e già Greci, Tebani e Minoici di entrambi i sessi lo indossavano; gli ultimi, in particolare, li usavano come supporto per schiena e fianchi durante lo sport. Da quanto possiamo dedurre dalle poche informazioni disponibili sulla cultura Cretese, inoltre, pare che gli uomini indossassero gonnellini a vita alta e stretta molto simili ai corsetti.

E’probabile che una sorta di corsetto fosse usato sotto gli abiti anche nel Medioevo, come alcuni affreschi sembrano suggerire mostrando punti vita molto sottili e silhouettes particolarmente “scolpite”.

Enrico III e Luisa di Lorena

Tra ‘400 e ‘500 gli Spagnoli dettano legge anche in fatto di moda: i corsetti sono usati da uomini e donne per ottenere una postura eretta, simbolo di dignità morale e rispettabilità, simbolizzati anche da un torso a v liscio e asessuato. E’ facile notare, ammirando l’arte del periodo, come gli abiti e gli accessori di uomini e donne siano molto simili: orecchino di perle, cappelli piumati, abiti ad ampie falde e, naturalmente, corsetti. Anche i gonfi pantaloni a sbuffo sembrano una versione più corta delle gonne indossate dalle donne.

Nel ‘700, con l’avvento della Rivoluzione Francese, il corsetto fu abbandonato in quanto simbolo di oppressione in favore abiti più comodi e adatti ad assecondare i naturali movimenti del corpo. Tuttavia, in netto contrasto con la tendenza generale, i corsetti da uomo furono utilizzati dal filosofo utopista Saint Simon come simbolo degli ideali umanitari da lui proposti, dato che allacciarli da soli era impossibile e bisognava sempre contare sull’aiuto di un compagno.

Re Giorgio IV, sovrano d’Inghilterra dal 1820 al 1830, amante delle belle donne e dei piaceri della tavola, era noto anche per la sua stazza: un suo corsetto, infatti, è ora in esposizione al London Museum. Lungo ben 142 cm, è fatto di cotone leggero, si chiude sulla schiena come quelli femminili e ha cinghie ai lati per impedire all’addome di sporgere. Altri corsetti potevano avere inserti elastici sul petto in modo da consentirne l’espansione e dare una linea elegante agli abiti da sera.

Giorgio IV e il suo corsetto, illustrazione tratta dal libro “Waisted efforts” di Robert Doyle

Nonostante i corsetti da uomo fossero stati gradualmente abbandonati, la moda maschile del periodo 1800-1830 proponeva pantaloni e giacche talmente aderenti che era impossibile indossarle senza ricorrere a qualche “trucco”. I dandies, anche come omaggio al re, presero a utilizzarli di nuovo per ottenere una forma a clessidra: il dandy più famoso della storia, Lord Brummel, era noto per indossare corsetti che lo fasciavano dal torace ai fianchi.

Il dandismo portò alla ribalta l’uso dei corsetti da uomo, ma il prezzo da pagare fu il pubblico ludibrio sui quotidiani illustrati e nell’immaginario popolare. Nonostante l’uso diffuso dei corsetti, infatti, il loro impiego è sempre stato visto come ridicolo e de virilizzante: non a caso, nonostante fossero fatti di lacci e stecche di balena, coloro che li indossavano non usavano mai la parola corsetto, ma eufemismi come “cintura” o “gilet. In un’epoca in cui le donne erano viste come il sesso debole sia in senso fisico che mentale, inoltre, essere associati a loro attraverso un capo di vestiario era qualcosa da evitare assolutamente.

I corsetti erano comunque utilizzati già in precedenza dagli ufficiali, in particolare da quelli appartenenti alla cavalleria, per offrire supporto alla schiena; secondo Alison Carter, inoltre, i corsetti erano usati anche durante la caccia o l’esercizio fisico.

Lacing a dandy

Un giornalista, nel 1823, sul giornale “The Emmet” scrive che:

“I corsetti sono passati dalle donne agli uomini, che fanno di tutto per acquisire la snellezza tipica delle loro connazionali. Un tempo, nessun uomo battibeccava con i suoi amici su chi avesse la vita più sottile o su chi resistesse più eroicamente alla disciplina imposta dai lacci”.

 La storica Valerie Steele vede il corsetto come una parte essenziale della modernizzazione della moda. Quando la rivoluzione industriale rese più largamente disponibili molti capi di vestiario, l’ideale del corpo “aristocratico” diventò quello femminile. Gli abiti erano creati con il corpo delle donne in mente, il che rendeva il corsetto indispensabile per strizzarsi nei vestiti. Steele sottolinea anche la contraddizione per cui, nonostante la moda enfatizzasse la vita da vespa anche per gli uomini, per questi ultimi l’uso del corsetto fosse fonte di ridicolo. Il corsetto da uomo era visto come un segnale della rilassatezza dei costumi, della debolezza morale della nazione e del corpo militare. Anche la storica Elizabeth Hackenspiel ribadisce questo divario tra imposizioni della moda e ridicolizzazione del dandy, associato all’idea di effeminato e degenerato.

Illustrazione di moda del 1834

Con l’ascesa della mentalità borghese, dopo il 1850 gli uomini che ancora indossavano i corsetti facevano molta attenzione a sottolinearne gli scopi puramente salutistici. Probabilmente il declino di questo capo di vestiario derivò anche dalla diffusione dello sport, capace di irrobustire il corpo e di modellarne i contorni, rendendo obsoleto l’uso del corsetto.

Il corsetto da uomo fa ora parte della scena BDSM o goth, che spesso riprende e reinventa capi tipici della cultura vittoriana.

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MADEMOISELLE GABRIELLE

Mi fa piacere aprire il blog con un tema molto caro agli amanti di tutto ciò che va sotto il nome di weird: i cosiddetti freaks, le meraviglie umane che facevano rimanere a bocca aperta i visitatori dei   sideshow, spettacoli messi a corollario di quelli principali nei luna park o nelle fiere.

Mademoiselle Gabrielle, oggi, non è una dei freaks più celebri, ma penso che, una volta viste le sue foto, la grazia e lo spirito di ferro che trapelano dai suoi occhi saranno ricordati da molti. Almeno, a me è successo così!

Mademoiselle Gabrielle Fuller nacque nel 1884 a Basilea, in Svizzera, e cominciò la sua carriera esibendosi all’Esposizione Universale di Parigi nel 1900. In seguito tentò la sorte imbarcandosi per l’America, dove lavorò per il Dreamland Circus Side Show, i Ringling Bros. e Barnum & Bailey. Fu travolta dai guai giudiziari quando l’agente teatrale con il quale aveva iniziato una breve carriera nel vaudeville la portò in tribunale per rottura del contratto e, dopo quattro anni di battaglie legali, la donna rimborsare il suo ex agente con ben 2.000 dollari.

Non era comune per i freaks raggiungere la ribalta del vaudeville, dove spesso era proprio la bellezza di cantanti e attrici ad attrarre in sala il pubblico, ma Mademoiselle Gabrielle era un caso a parte.   Dotata di una bellezza notevole, affascinante, di ampia cultura, sicura di sé, era convinta di non dovere invidiare nulla alle altre donne. Per fare risaltare le proprie grazie amava stringersi in corsetti che accentuassero le curve, indossare gioielli raffinati e indulgere in tutti gli orpelli vittoriani più in voga. Grazie alla dignità che trapelava dalla sua persona, sembra che il pubblico si rapportasse a lei con reverenza, al contrario di quanto avveniva con gli altri freaks, spesso visti come un veicolo attraverso cui riaffermare il proprio senso di normalità e di appartenenza. 

Gli uomini la trovavano bellissima e facevano la fila per corteggiarla: non sorprende, quindi, che Gabrielle si sia sposata tre volte. Proprio a causa di questi frequenti   cambi anagrafici, però, è difficile rintracciare notizie sui suoi ultimi anni, e la sua data di morte è sconosciuta.

Una curiosa testimonianza che la riguarda arriva da un numero della rivista London Life datato 16 Febbraio 1929. In un articolo intitolato “Limbless people I have met”, lo scrittore Wallace Stort (che si auto definisce “lover of the limbelss”) tratteggia un breve ritratto di Gabrielle, inserendolo tra le descrizioni di donne senza gambe o braccia da lui conosciute.

Ho visto Gabrielle, che ha trascorso quasi tutta la vita in America, durante una mia precedente visita negli U.S.A. alcuni anni fa. E’ sui 40 anni e, per molto tempo, è stata considerata il perfetto esempio delle cosiddette “donne con metà corpo” celebri nei freak shows. Scendendo lungo i fianchi, è una donna dalle proporzioni stupende. Al di sotto non c’è nulla e il suo tronco termina elegantemente poco al di sotto della vita, senza alcun moncherino”.

Un’ultima curiosità: Nel suo “La fin du monde”, Blaise Cendrars sembra ispirarsi proprio a Mademoiselle Gabrielle nel tratteggiare il personaggio della Présidente. Come Gabrielle, anche Cendrars era nato in Svizzera, ed è possibile che, da giovane, abbia sentito parlare o abbia addirittura visto la donna in uno dei suoi spettacoli.