LEON SPILLIAERT, L’AUTORITRATTO E LO SPECCHIO

La prima volta che ho visto un autoritratto di Spilliaert ho esclamato: “Eraserhead”! I capelli ridotti a un nembo fluorescente, lo sguardo fisso e allucinato, l’atmosfera sospesa e sognante non potevano non ricordarmi il protagonista del film di Lynch. Spilliaert intraprende nei suoi autoritratti un’analisi spietata, a volte sbigottita, di se stesso, come se solo riportando le proprie fattezze sulla tela si rendesse conto di esistere veramente.

Nato a Ostenda nel 1881, figlio del profumiere e parrucchiere Léonard-Hubert Spilliaert e di Léonie Jonckheere, fin da piccolo si appassiona all’arte e al disegno.  Principalmente autodidatta, a parte una parentesi all’Accademia di Bruges tra il 1899 e il 1900, la sua arte sarà fortemente influenzata dalla malattia, una dolorosissima ulcera allo stomaco che lo renderà insonne ma gli permetterà di realizzare bellissime visioni notturne di Ostenda, oltre ad accentuare la sua natura “inquieta e frenetica”, come la definisce lui stesso.

Autoritratto, 1902

Dal 1902, Spilliaert inizia a lavorare per Edmond Deman, un editore di Bruxelles specializzato nelle opere dei pittori Simbolisti, grazie al quale viene a conoscenza delle opere di Khnopff, Rops, Ensor, Redon; sempre al 1902 risale il suo primo autoritratto, doverosamente accademico e realista, ma l’ Autoritratto con maschere, datato 1903, mostra come nel giro di un anno l’autoanalisi e l’introspezione del pittore si fossero fatte più profonde.

Autoritratto con maschere, 1903

Qui Spilliaert si raffigura di tre quarti, con ombre dense che modellano le orbite, la fronte corrugata e la piega amara della bocca. Dallo sfondo emergono visi semitrasparenti, tra cui uno in miniatura dello stesso artista. Alcuni hanno suggerito che il viso gonfio appena alle spalle del pittore possa essere una prefigurazione di Spillliaert da vecchio, anche se la spiegazione non mi convince. Dato che la metà sinistra del foglio è cancellata, ma lascia emergere i tratti del viso ossuto di un uomo, la mia sensazione è che quelli attorno a Spilliaert siano ricordi, ossessioni o paure.

Nel 1904, Spilliaert scopre a Parigi le opere di Lautrec e Munch, che hanno su di lui una forte influenza; da allora, l’artista trascorre molti inverni nella Ville Lumière, in modo da tenersi aggiornato sulla vita culturale e sulle nuove tendenze artistiche.

Fra il 1907 e il 1909 Spilliaert realizza gli autoritratti più inquietanti e introspettivi, usando pochissimi colori e affidandosi soprattutto ai giochi di luce e ombra all’interno di composizioni sobrie, dai contorni definiti.

Autoritratto, 1907

In questo autoritratto emerge anche il tema dello specchio, simbolo per eccellenza di un’identità multipla e illusoria. L’artista siede davanti al cavalletto, intento a dipingere lo stesso autoritratto che stiamo guardando, così che noi siamo allo stesso tempo spettatori e specchio di Spilliaert. Alle sue spalle sta uno specchio rettangolare che ne riflette uno più piccolo ornato di volute, quello che l’artista sta usando per ritrarsi. In un altro autoritratto del 1907 l’artista è intento a schizzare la propria immagine su un quaderno blu, lo sguardo malinconico fisso nel nostro. In “Silhouette del pittore, Spilliaert diventa addirittura solo un’ombra nera simile a uno scheletro contro lo sfondo chiaro della finestra.

Autoritratto con quaderno blu, 1907

Silhouette del pittore, 1907

Risale al 1908 il famoso Autoritratto allo specchio, quasi il fotogramma di un film horror. L’angolazione dal basso che deforma l’onnipresente specchio, i colori terrosi, il viso cadaverico di Spilliaert, con buchi al posto di occhi e bocca, ne fanno il ritratto disperato di una personalità alla deriva nella ricerca dell’identità. Il segno nero intorno all’occhio sembra insistere sul fatto che, pur guardando ossessivamente, vedere realmente è impossibile, soprattutto se stessi. L’autore vuole anche dirci che ogni momento che viviamo ci porta paradossalmente più vicini alla morte, come ricorda l’orologio nella campana di vetro alle sue spalle.

Autoritratto allo specchio, 1908

Autoritratto al cavalletto, 1908

Autoritratto, 1908

Dal 1909 gli autoritratti si fanno meno frequenti; Spilliaert sembra cercare respiro nei paesaggi, nelle spiagge, in personaggi sì isolati, ma che non sono, per lo meno, il pittore stesso, perso in un mondo a cavallo tra Espressionismo, Simbolismo e incubo.

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ALFRED KUBIN, IL POETA DELL’INCUBO

“Ciò che vediamo qui riflessa è la fine della vecchia Austria”.

Ernst Junger

Visionario, venato di humor nero, tremendamente contemporaneo: è incredibile che Alfred Kubin e la sua opera siano così poco conosciuti, almeno al pubblico italiano.

Alfred Kubin

Nato il 10 Aprile 1877 a Litoměřic , in Boemia, fu apprendista del fotografo di paesaggi Alois Beer. Fragile e morbosamente sensibile, gli eventi traumatici che segnarono i suoi primi anni ebbero una fondamentale importanza nello sviluppo del suo personalissimo stile. La morte della madre all’età di 11 anni e il conseguente tentativo di suicidio sulla sua tomba nel 1896, la relazione  intrecciata con una donna incinta quello stesso anno e la personalità tirannica del padre, oltre a un breve soggiorno nell’esercito Austriaco, scatenarono in lui quello stato di paranoia sessuale e ansia acuta che, più tardi, riuscì a trasferire nella sua opera. Questi traumi contribuirono ad accentuare gli aspetti più cupi del suo carattere, acutizzando la sua attrazione per la morte, il suicidio, le immagini macabre e bizzarre.

Salto mortale

Come direbbe Wilde, Kubin decise di rimanere “un eterno studente” dato che non finì mai gli studi intrapresi all’Accademia di Monaco. Fu qui, però, che l’artista venne in contatto con i lavori di Odillon Redon, Félicien Rops, Edvard Munch, pittori immersi nel lato nero della psiche e dell’esistenza. Dapprima entusiasta della tecnica dell’acquatinta, ripresa da Max KIinger, accordò poi le sue preferenze ad acquerelli, litografie e disegno a penna e inchiostro. Nel 1911 trovò il suo spazio all’interno della corrente artistica Blaue Reiter (Il cavaliere blu), opposta al razionalismo e al realismo cubista, dalla quale però si staccò a causa dello scioglimento del gruppo alla vigilia della prima Guerra Mondiale.

Mensch

Adorazione

Dal 1096 fino alla sua morte, avvenuta i 20 Agosto 1959, Kubin visse con la moglie Edvige Gründler, sposata nel 1904, in un piccolo castello del XII secolo a Zwickledt, in Austria. Con l’avvento del nazismo, il suo lavoro fu dichiarato “entartete Kunst”, cioè artedegenerata, un termine genericamente usato dal regime per indicare tutta l’arte moderna che non esprimesse la gloria del popolo tedesco o fosse di natura “ebraico bolscevica”, aggettivo che poteva significare tutto e niente. Nonostante questo, Kubin continuò a lavorare durante tutta la seconda guerra mondiale e vide il lavoro di una vita riconosciuto dallo stato austriaco, che gli assegnò il Gran Premio di Stato nel 1951 e la Decorazione per l’Arte e le Scienze nel 1957.

Il genio di Kubin si sviluppò in due direzioni: pittura e scultura.

Angstschrei

Festa di macello

Per quanto riguarda la pittura, la sua immaginazione morbosa, alle cui porte bussano sempre l’ossessione della morte, il fantasma della disfatta fisica e morale dell’essere umano e la certezza della follia,  era perfetta per illustrare opere di Hoffman, Poe, Dostoevskij, Gogol. Allo stesso tempo duro e raffinato, poetico e osceno, nel tratteggio della sua penna si annidano i fantasmi di una società in declino, della quale vengono svelate le debolezze, le fragilità, le paure. E’impossibile vedere un’opera di Kubin e non riflettere sul fatto che i demoni onirici che ci mostra appartengono a tutti noi, anche se facciamo di tutto per ricacciarli nel subconscio: non sorprende quindi la voce secondo cui gli azzimati damerini e le signore “bene” della società austriaca svenissero nel vedere i suoi disegni.

Dal punto di vista letterario, invece, Kubin è autore di quello che è considerato il primo esempio di letteratura espressionista: L’altra parte (Die Andere Seite). Ammirato da Kafka e da lui ripreso ne Il Castello, questo romanzo, l’unco di Kubin, nasce in un periodo prolifico della letteratura fantastica e del terrore, che si sviluppa nei territori di lingua tedesca tra ‘800 e ‘900 e ha tra i suoi maggiori

esponenti E.T.A. Hoffman. Nato dalle riflessioni scatenate dalla morte del padre, L’altra parte racconta dello strano viaggio di un artista invitato da un amico, Claus Patera, a visitare una “Terra di sogno” situata in Asia Centrale, vera e propria colonia per animi sensibili delusi dalla società moderna. Accettato l’invito, il protagonista si troverà in un Paese dove regna un eterno crepuscolo avvolto dalla nebbia e popolato da case decrepite lì trasportate dal “mondo reale”. Interpretato come una fosca predizione del disfacimento dell’Impero Austro-Ungarico, L’altra parte è una galoppata nei territori dell’inconscio, del grottesco e del bizzarro.

Signora a cavallo

In lingua italiana sono stati tradotti anche Demoni e visioni notturne (Damonen und Nachtgesichte), un’autobiografia fondamentale per capire la nascita dei temi dell’opera di Kubin (la malattia della madre, l’ostilità verso il padre e le sorelle, la morte della matrigna, la depressione sono tutti eventi narrati con lucidità e disarmante sincerità) e Lettere a un’amica.