FANTASMI AL NIGHT CLUB

“Johanna ha cercato di spingermi giù da una scala molto ripida; ho visto un fantasma di nome Pearl che teneva una testa sotto il braccio e non smetteva di ripetere  “Oh, la mia testa, la mia povera testa”. C’era un fantasma di nome Scott che continuava a urlarle contro che era colpa sua se lui e il suo amico Alonzo erano morti. Ho visto fantasmi nel bagno, sul palco, nell’appartamento del custode, nel bar. Ce n’erano ovunque”.

Echo Bodine, sensitivo e scrittore.

Il Bobby Mackey's Music World, uno dei luoghi più infestati d'America.

Licking Pike, a Newport, è una lunghissima, polverosa e anonima strada che costeggia il fiume Licking e la ferrovia. Se si guida lungo quella strada, si arriverà a un parallelepipedo basso e grigio, illuminato da una grossa insegna pacchiana. Bene, siete arrivati al Bobby Mackey’s Music World, uno dei luoghi più infestati d’America.

Per 40 anni, nel 1800, l’edificio che ora ospita il locale di musica country di Bobby Mackey fu usato come mattatoio. A causa della grande quantità di sangue versato e per la particolare conformazione del Licking River, uno dei due soli fiumi al mondo che scorre verso nord, l’edificio attirava numerosi gruppi di satanisti. Proprio Satana ha il suo zampino nell’omicidio che si consumò lì nel 1896 ai danni di Pearl Bryan, una 22enne originaria di Greencastle, figlia di un facoltoso agricoltore. Il suo corpo decapitato fu ritrovato nelle vicinanze del mattatoio e del delitto furono incolpati Alonzo Walling e Scott Jackson.

Facciamo un passo indietro: la storia parte con Scott Jackson, un impiegato della Pennsylvania Railroad Company, azienda che dovette abbandonare con l’accusa di appropriazione indebita.  Fuggì quindi a Greencastle, nell’Indiana, dove iniziò a risiedere per frequentare le lezioni di odontoiatria all’Università.

Nel 1893, durante una visita alla madre, Jackson incontrò Pearl Bryan, descritta come “attiva in chiesa e nella Scuola Domenicale, vivace e molto amata dai suoi familiari”. I suoi occhi azzurri, i capelli biondi dai riflessi ramati, la carnagione perfetta non mancarono di fare colpo su Jackson e nemmeno Pearl rimase indifferente al suo fascino dato che, con la complicità del cugino Will Wood, organizzava rendez vous segreti ogni volta che l’uomo si trovava in città.

L'unica foto conosciuta di Pearl Bryan.

Nel 1896 Pearl scoprì di essere incinta e chiese aiuto a Woods, che scrisse a Jackson; questi rispose a Woods di mandare la ragazza a Cincinnati. Pearl arrivò alla Cincinnati’s Grand Central Station la notte del 28 Gennaio 1896.

Ciò che successe poi è degno dei peggiori film splatter: Jackson cercò di praticare un aborto, allora illegale, con l’aiuto del compagno di studi odontoiatrici Alonzo Walling, usando proprio i ferri da dentista. A Pearl fu somministrata una forte dose di cocaina, non si sa se per attutire il dolore o per cercare di indurre chimicamente l’aborto. Ogni tentativo fallì: il gruppetto lasciò Cincinnati e attraversò il fiume fino in Kentuky, vicino a Fort Thomas, trascinandosi dietro una Pearl terrorizzata, quasi uccisa dall’emorragia ma ancora tenacemente viva. In un campo lontano dalla strada, in un punto appartato vicino al quale ora sorge il Bobby Mackey’s Music World, Jackson e Walling, presi dal panico per la piega che aveva preso la vicenda, decapitarono Pearl e ne abbandonarono il corpo nell’erba. La successiva autopsia rivelò che la ragazza era ancora viva quando i primi colpi di lama si abbatterono su di lei.

Scott Jackson.

Due giorni dopo l’arrivo di Pearl a Cincinnati, John Hewitt si trovò ad attraversare proprio quel campo, che apparteneva al suo capo, John Lock. Mentre camminava, si imbatté nel corpo di una donna con le gonne tirate fin sopra il capo e le gambe sollevate. Sulle prime l’uomo non fu scosso: come spiegò in seguito, “non sapevo se fosse morta o ubriaca. Molte donne della città avevano l’abitudine di andare là con i soldati. Era un posto isolato e lo usavano spesso per i loro appuntamenti galanti. Non era difficile trovarci delle donne ubriache”. Hewitt corse ad avvertire il suo capo, e presto arrivarono anche lo sceriffo e il Coroner Bob Tingley; ai piedi della donna trovarono segni di lotta e una pozza di sangue. Quando le abbassarono il vestito, scoprirono con orrore che la testa era scomparsa. Furono condotti sul luogo del delitto dei segugi che riuscirono a condurre la polizia fino al bacino idrico di Fort Thomas; prosciugato, non restituì purtroppo la tanto agognata testa di Pearl Bryan, che non fu mai trovata. Il corpo fu spostato a Newport per l’autopsia e lo si identificò solo quattro giorni dopo grazie al codice del produttore su una delle sue scarpe.

Alonzo Walling.

Dopo che si scoprì la lettera in cui Wood rivelava la gravidanza di Pearl a Jackson, quest’ultimo fu arrestato e il giorno successivo la stessa sorte toccò a Walling, poi i due iniziarono ad accusarsi a vicenda dell’omicidio. La polizia cercò in ogni modo di far loro confessare dove si trovasse la testa di Pearl, ma nessuno dei due aprì mai bocca al riguardo. Chi li conosceva bene sostenne che non avrebbero mai parlato per timore di inimicarsi il Demonio, al quale avrebbero offerto la testa in sacrificio durante un rituale satanico all’interno del vecchio mattatoio.

Il fratello di Pearl, Fred, arrivò a Newport per prendere in consegna il corpo della sorella e portarlo alle pompe funebri John P. Epply a Cincinnati; in un estremo tentativo di fare appello alla loro umanità, la polizia portò Jackson e Walling all’obitorio, dove giaceva il corpo decapitato della ragazza, abbigliato nel vestito della cerimonia del diploma. Come avrebbero fatto durante tutto il processo, i due rimasero freddi e impassibili anche davanti alla disperazione dei familiari di Pearl, che li imploravano di ridare loro la testa della ragazza.

Pearl fu infine seppellita al cimitero di Greencastle. Ancora oggi molte persone lasciano sulla sua tomba un penny con la testa di Lincoln, così che la ragazza abbia una testa quando arriverà il momento della resurrezione.

Sia Jackson che Walling, dopo due brevi processi, furono trovati colpevoli di omicidio e condannati all’impiccagione. Il giorno della loro morte i due uomini furono descritti come “impudenti e spavaldi”, come si erano sempre dimostrati. La sentenza era fissata per le 9 di mattina; alcuni minuti prima di quell’ora, Jackson disse che aveva un annuncio da fare a proposito di Walling: “So che Alonzo M.Walling non è colpevole di omicidio”. Nei momenti frenetici che seguirono, Jackson fu lasciato solo alcuni minuti a riflettere sulla sua nuova versione; quando gli chiesero se avesse altri dettagli da fornire a discolpa di Walling, rispose che “non aveva nulla da aggiungere”, così l’esecuzione riprese da dove si era interrotta.

Di nuovo a Jackson fu chiesto quali fossero le sue ultime parole. Secondo un testimone oculare, “Jackson fece una lunga pausa prima di parlare. Walling si girò con uno sguardo ansioso, aspettandosi certo che l’altro pronunciasse le parole che l’avrebbero salvato, sebbene a un passo dalla morte. Jackson, senza guardarlo, volse gli occhi al cielo: “Ho solo questo da dire, non sono colpevole del crimine per il quale sto per pagare con la mia vita”. Anche a Walling fu chiesto quali fossero le sue ultime parole: “Non ho nulla da dire, salvo che state togliendo la vita a un uomo innocente e chiamo Dio a testimone di questa verità”.

L’impossibilità di ritrovare la testa di Pearl Bryant diede origine alla leggenda che si trovasse in fondo al pozzo del vecchio mattatoio, fulcro dell’attività satanica del luogo. Proprio da qui iniziarono storie, testimonianze e leggende di fantasmi e possessioni.

Un'antica foto del mattatoio.

Durante gli anni del Proibizionismo, il mattatoio fu trasformato in un covo per giocatori d’azzardo. Stando alla leggenda, molti uomini furono uccisi e i loro cadaveri occultati per tenere lontano la polizia, non tanto per gli omicidi in sé, quanto per il liquore che scorreva a fiumi e le scommesse clandestine. Nessuno di questi omicidi, quindi, fu mai risolto.

Finito il proibizionismo, il locale passò a un certo E.A. “Buck” Brady, il quale ne fece un casinò chiamato “The Primrose”; quando inziò a fare soldi, entrò nel mirino della malavita di Cincinnati che offrì a Brady di “entrare in affari”. Quando l’uomo rifiutò, gli atti di violenza e vandalismo aumentarono finché Brady, esasperato, finì con l’uccidere a colpi di pistola un piccolo gangster, Albert “Red” Masterson. Uscito di prigione, Brady giurò che il locale non avrebbe mai più prosperato come casinò e alcuni anni dopo morì sucida.

Il Primrose passò di mano e, negli anni ’50, fu ribattezzato “The Latin Quarter”, un luogo noto per le sue attività illecite e violente. In quel periodo la figlia del proprietario, Johanna, ballerina all’interno del casinò, si scontrò con il padre, che ostacolava la sua relazione con Robert Randall, il cantante del Latin Quarter. Quando Johanna rifiutò di troncare la relazione, suo padre fece uccidere Randall, col risultato che la ragazza avvelenò suo padre con l’arsenico e ne prese lei stessa una grossa quantità, andando a morire nelle cantine. Solo qualche tempo dopo si scoprì che Johanna era incinta di cinque mesi. Ancora adesso è possibile leggere su una parete della soffitta la poesia che la ragazza ebbe la forza di scrivere prima di morire e il suo fantasma è tra quelli avvistati più di frequente nei pressi del bar.

La poesia di Johanna sul muro della soffitta.

Negli anni ’70 il locale diventò un Hard Rock Café, chiuso poi nel 1978 per gli eventi sanguinosi che, a prescindere dal decennio, continuarono a insanguinarne le stanze.

Nel 1978 l’edificio fu acquistato dall’attuale proprietario, Bobby Mackey, un cantante country il cui nome completo (coincidenza?) è Robert Randall Mackey, proprio come l’amato di Johanna. Nonostante la resistenza della moglie, affatto persuasa dal decrepito e tetro edificio, Mackey lo acquistò, e il Bobby Mackey’s Music World iniziò subito a prosperare.

Il primo a notare alcune inquietanti stranezze fu Carl Lewison, il custode che abitava al piano superiore del locale. All’inizio nessuno prese sul serio le sue storie di luci che si accendevano all’improvviso, porte chiuse a chiave che si aprivano, juke box spenti che di punto in bianco trasmettevano canzoni degli anni ‘30-’40, in particolare “Anniversary Waltz”. Lewison fu il primo a notare “uomini neri” con cappelli da cowboy che gravitavano intorno al bancone del bar e fu il primo ad avere conversazioni con il fantasma di Johanna, che più volte si impossessò del suo corpo. Sembrava che le voci fossero più forti e insistenti nel seminterrato, dove si trovava il pozzo protagonista del sanguinoso passato di sacrifici rituali dell’edificio; fu quindi in questo periodo che il pozzo iniziò ad essere conosciuto come “Hell’s gate”,  cioè “Passaggio per l’Inferno”.

Mackey non si riteneva un credulone, e di conseguenza le storie di Lewison non lo preoccuparono affatto. Le cose cambiarono quando sua moglie Janet confermò di avere avuto strani incontri paranormali, spesso accompagnati da un forte profumo di rose, il preferito di Johanna. Un giorno, incinta di cinque mesi, la donna fu spinta dalle scale della cantina da una forza invincibile che le aveva urlato di andarsene. Per fortuna il bambino, nato prematuro, non subì danni, ma è strano pensare che sia Pearl che Johanna erano incinte di cinque mesi quando persero la vita. Quell’episodio persuase definitivamente Mackey della presenza di fantasmi nel suo locale.

Nel 1994 l’uomo fece esorcizzare il locale, ma senza risultati duraturi. Dovette anche sopportare la denuncia da parte di un cliente che sosteneva di essere stato attaccato nelle toilettes da un fantasma con un cappello da cowboy!

Le precauzioni non sono mai troppe da Bobby Mackey!

Ora Mackey ha fatto buon viso a cattivo gioco e organizza tour quotidiani a beneficio dei cacciatori di fantasmi e dei curiosi. Ha anche scritto una canzone (facilmente rintracciabile su Youtube) che fa parte del suo repertorio da molti anni, “The Ballad of Johanna”. Non sempre i fantasmi fanno male al business!

Lo scrittore Douglas Hensley ha scritto un libro sulla truculenta storia di satanismo e omicidi che circonda l’edificio: “Hell’s Gate – Terror at Bobby Mackey’s Music Wolrd”. E’possibile richiederne una copia direttamente sul sito del locale, oppure leggerne gratis alcuni capitoli a questo link: http://www.bobbymackey.com/hellsgate/HellsGateSample/

Annunci

GATTI IN VESTE DI DONNA

Un bellissimo esemplare di British Blue

C’è un’associazione più tradizionale di quella che vede uniti donna e gatto? Moltissime religioni hanno almeno una dea protettrice dei gatti, e l’associazione continua ancora fuori dall’ambito religioso. Una donna può avere “movenze feline”; se protegge i suoi bambini è una “leonessa che protegge i suoi piccoli”; si parla di “tigre nel letto” per indicare la sua destrezza sessuale; la donna single con un gatto diventa una “gattara” e l’associazione continua anche nel mondo anglosassone: gli organi sessuali femminili sono “puss” o “pussy”, a volte “kitten”. La donna matura, “predatrice” di ragazzi più giovani, è una “cougar”, mentre l’uomo considerato poco virile è schernito con l’aggettivo “pussy”, come se essere associato alle donne e ai i loro organi sessuali fosse il massimo dell’insulto.

I gatti sono spesso visti anche come ostacoli a una potenziale relazione: una donna con un gatto non ha bisogno di un uomo, anteporrà sempre l’animale al partner, addirittura preferirà avere un micio piuttosto che un bambino. Un gatto è una calamità per l’ordine sessuale costituito!

Alcuni tratti negativi del gatto sono a volte associati alle donne: avidità, freddezza, imprevedibilità, egoismo, slealtà. Proprio per queste caratteristiche donne e gatti sono da domare e da tenere d’occhio, in modo che non fuggano o si ribellino. In più, i gatti vivono al di fuori del gruppo e non beneficiano quindi della sua protezione, così come ancora molte donne non trovano protezione all’interno della società.

Una statuetta della dea gatta Bast

Il gatto era il favorito di due tra le più importanti dee del pantheon egiziano (tre se consideriamo anche Sekhmet, la dea leonessa), Bast (o Bastet) e Iside e poteva vantare un trattamento degno dello stesso Faraone: era prevista la pena di morte per chiunque togliesse la vita a un gatto, ed è noto che i felini erano imbalsamati per godere della vita eterna presso la loro protettrice, Bast, dalla quale prese il nome la città di Bubastis, nota per la sua necropoli felina.

Bastet aveva una natura ambivalente: figlia di Ra, con il quale solcava il cielo durante il giorno, era anche legata alle tenebre. Di notte, infatti, si trasformava in gatto per difendere il padre dal serpente Apep (o Apophis), suo nemico giurato. Con il suo occhio che tutto vede, chiamato utchat, riuscì infatti a uccidere il serpente, garantendo che il sole continuasse a splendere sull’Egitto.

Dalla radice del suo nome egizio, Pasht, deriva la parola “passione”: Bast era anche la dea dei piaceri sensuali, e quale animale è più sensuale, nelle sue movenze, del gatto?

Il legame tra Iside e i gatti ha avuto ripercussioni sociali ben oltre la fine dell’impero egiziano dato che, con il Cristianesimo, i culti pagani non smisero di essere praticati e, anzi, la stessa Vergine Maria aveva molti, forse troppi tratti in comune con l’antica dea Iside: così come Horus, figlio di Iside, è nato senza un padre, così Gesù nasce senza l’intervento di un padre “fisico”; entrambe le dee sono eternamente vergini; l’arte le rappresenta come madri che tengono in braccio il bambino; quando Horus era piccolo, Iside lo salvò dal malvagio zio Seth, mentre Maria salvò Gesù dalla furia di Erode; entrambe sono chiamate “Signora della luce”, “Signora del cielo”, “Madre del mondo”, “Stella del mare”. Le corna di Iside sono probabilmente state convertite nella più rassicurante falce di luna su cui Maria posa i piedi in gran parte dell’ iconografia cristiana, mentre il disco solare è diventato la sua aureola. Alcune statue di Iside vennero addirittura rimodellate in modo da rappresentare la madre del nuovo salvatore.

Iside e Maria a confronto

Perché questa divagazione? Per spiegare i genocidi di felini e la tremenda nomea del gatto, soprattutto nero (colore sacro a Iside e ritenuto portafortuna dagli egizi), durante i secoli del cristianesimo. Associato a culti pagani “pericolosi”, divenne il simbolo del male, un demone divoratore di anime. Pare che San Domenico fosse stato attaccato da un demoniaco gatto nero con la lingua di fuoco, e che San Cadoco ingannò il diavolo consegnandogli un gatto nero invece dell’anima umana che il Maligno reclamava.

Il 1233 vide l’emanazione da parte di papa Gregorio IX della bolla “Vox in Rama”, che diede inizio all’Inquisizione e autorizzò lo sterminio in nome di Dio di tutti i gatti. Furono milioni i felini torturati, crocifissi, bruciati, sepolti vivi per garantire la solidità di una casa, uccisi per garantire la fertilità dei campi e la salute del bestiame, in una paradossale congerie di imposizione cristiana e recrudescenza pagana indotta proprio dal dogma di Dio.

“Diavolo e strega in forma di lupo e gatto”, stampa tratta dal “Compendium maleficarum” di F.M.Guaccio, 1626

Il legame strega-gatto nacque con la bolla papale “Summis Desiderantes”, emanata da Papa Innocenzo VIII, che servì da base per il “Malleus Maleficarum” (Martello delle streghe), una guida utilizzata dagli inquisitori per “riconoscere” i sintomi di stregoneria in una donna. Tra le migliaia di sintomi stregheschi, ovviamente, c’era il prendersi cura di uno o più gatti e molte donne furono costrette a confessare di avere avuto rapporti sessuali con Belzebù sotto forma di un grosso gatto nero.

Tra le usanze che coinvolgono gatti e stregonerie c’era quella di incidere una croce sulla pelle dei gattini appena nati per impedire che, al settimo anno di età, si trasformassero in streghe e molte donne furono accusate di tramutarsi in neri felini per andare a succhiare il sangue del bestiame nelle stalle o per spargere malattie durante la notte.

Come le presunte streghe, anche i gatti furono torturati tra sofferenze atroci; in particolare, a Metz si celebrò fino al 1777 una festa annuale in cui si chiudevano 13 gatti in gabbie di ferro date alle fiamme sulla pubblica piazza per proteggere i cittadini dalle malattie; a  Ypres, invece, si lanciavano ogni anno gatti vivi dalla torre di Korte Meers. Questa usanza, detta Kattestoet, continua ancora oggi ma, per fortuna, con pupazzi a forma di gatto.

La famosa Olympia di Manet, cortigiana con il suo gattino nero. Il connubio donna di piacere-gatto continua, anche se è il 1863

L’epoca buia per donne e gatti si concluse con l’Illuminismo, ma anche nell’ “Epoca dei lumi” l’associazione tra le due categorie era dura a morire: non era raro vedere quadri raffiguranti cortigiane con un gatto tra le braccia o nelle vicinanze, per segnalare allo spettatore che la donna rappresentata non era una rispettabile moglie e madre ma, appunto, una prostituta.

Freyja sul suo carro trainato dai gatti blu

Molte altre sono le divinità femminili associate ai gatti: la dea Freyja (il cui nome significa “Signora”), l’equivalente guerresco di Venere nella mitologia nordica, aveva un carro trainato da due bellissimi gatti blu, dono del suo sposo Thor. Per restare nel grande Nord, anche i Celti avevano una dea gatta chiamata Palu o Palug, uno dei tre flagelli dell’isola di Anglesey, simbolo forse della dea Cerridwen insieme a un altro animale, alla scrofa. Il mostro Chapalu del ciclo arturiano deriva forse proprio dalla dea gatta dei Celti.

La Scozia può vantare una dea delle streghe chiamata “Mither o’the mawkin”, dove il mawkin o malkin era, appunto, il gatto. Anche le sacerdotesse che officiavano i rituali di Beltane (il giorno a metà tra l’equinozio di primavera e il solstizio estivo) indossavano costumi dalle fattezze feline.

La dea Shasti

Spaziando a Oriente, la dea Kali, grande signora della religione Indiana, evocata con mille appellativi e temuta almeno quanto è adorata, è spesso raffigurata insieme a dei gatti neri, un colore che ricorre di continuo nel suo culto: la dea ha pelle e capelli neri, viene adorata in particolare nelle notti di luna nera e i suoi sacerdoti indossano vesti nere.

Una dea indiana (o meglio, deva) poco conosciuta è Shasti, sempre rappresentata con il suo Vāhana (lett:ciò che porta, ciò che spinge; è l’animale o l’entità mitica usata dai deva per muoversi), un grosso gatto. Dea protettrice delle nascite e dei bambini, era in origine rappresentata con il volto da gatto. Una leggenda della regione del Bengala racconta che una donna golosa incolpò il gatto di casa di avere rubato il cibo che, in realtà, aveva mangiato lei. Il felino venne punito ma, essendo il Vāhana di Shasti (che coincidenza!), andò dalla dea a chiedere vendetta, e lei gli ordinò di rapire tutti i bambini che la colpevole avrebbe partorito. La vendetta andò avanti fino al sesto figlio, finché la donna decise di indagare: dopo aver vegliato tutta la notte, vide il gatto rapire il suo ultimo nato e lo seguì fino ad arrivare alla dimora di Shasti, dove trovò tutti i suoi bambini che giocavano attorno alla dea. La madre chiese il perdono del gatto, che glielo accordò, e giurò a Shasti di venerarla sempre con un rituale che sarebbe poi stato conosciuto come Jamai-Shasthi Vrata.