SLENDER MAN, IL RAPITORE DI BAMBINI

Non sono particolarmente brava a trovare l’intruso o a individuare le differenze tra due vignette, per cui, prima di notare un particolare strano in questa foto, è passata almeno mezz’ora. Se qualcuno ha il mio stesso problema, consiglio di focalizzare l’attenzione sul gruppetto d alberi alla sinistra dello scivolo.

“Non volevamo andare, non volevamo ucciderli, però il suo silenzio persistente ed i suoi arti disumani ci terrorizzavano e confortavano allo stesso tempo”

Questo è il cosiddetto Slender Man, il cugino dinoccolato dei Men in Black che terrorizzano la coscienza collettiva degli americani. Pare che questa foto sia stata scattata lo stesso giorno e nello stesso luogo in cui 14 bambini scomparvero nel nulla, nel 1986. La fotografa stessa, Mary Thomas, scomparve il 13 giugno 1986. Secondo il folklore, si tratta della prima apparizione di Slender Man.

Come dice il nome, questo essere senza volto presenta arti secchissimi ed è molto alto, quasi uno spaventapasseri. Quando allunga le sue braccia, induce nella vittima uno stato di ipnosi che la spinge a consegnarsi a lui senza opporre resistenza, andando così incontro alla morte o passando in una dimensione parallela.  Secondo alcuni, Slender Man riesce a fare uscire dei viticci dalla schiena e dalle dita per muoversi a suo piacimento. Le sue vittime preferite sono i bambini e si mostra soprattutto in luoghi frequentati da loro che, a differenza degli adulti, sembrano non avere difficoltà a riconoscerlo. Per questo si nasconde tra gli alberi o nella nebbia, dove è più difficile vederlo. E’ stato avvistato in ogni parte del mondo, dalla Norvegia, al Giappone, agli Usa.

Come sempre, la spiegazione è meno macabra di quel che sembra. Tutto risale all’8 giugno 2009, quando il forum Something Awful lanciò una gara i cui partecipanti dovevano photoshoppare un’immagine di vita quotidiana per renderla spaventosa e poi spacciarla per vera in un certo numero di siti dedicati al paranormale. Il 10 giugno, Victor Surge postò due foto in bianco e nero che ritraevano gruppi di bambini. La prima era quella che ho inserito all’inizio del post; la seconda era questa:

Alla foto seguiva una breve descrizione di Slender Man, una creatura sovrannaturale affamata di bambini. L’invenzione di Slender Man venne presto ripresa da un altri due utenti di Something Awful, LeechCode e TrenchMau, che lo inserirono nelle proprie invenzioni horror. Ecco altre immagini del “rapitore di bambini”; false, ma non meno macabre!

Da allora, Slender Man è entrato nel mito, con intere gallerie di fan su Deviant Art, videogiochi a lui ispirati e una serie di video che vanno sotto il nome di “Marble Hornets”, che riprendono lo stile di The Blair Witch Project e hanno tutti a che fare con Slender Man. Opera di due studenti di cinema, nonché utenti di Something Awful, i video sono visibili sul canale di YouTube “troyhasacamera”. Ecco il video introduttivo.

MELASSA ASSASSINA

W.C. Fields chiude il suo negozio “on account of molasses” nel film “It’s a Gift” (1934).

Boston, 1919. Al 529 di Commercial Street, vicino a Keany Square, incombeva una costruzione imponente, una visione che sarebbe di certo risultata bizzarra agli occhi di un moderno passante: un’ enorme cisterna alta 15 metri e larga 27, riempita di 2.300.000 gallonidi melassa.

A cosa poteva servire? In quegli anni la melassa era il dolcificante standard negli USA, e poteva essere messa a fermentare per produrre rhum e alcool etilico, fondamentale per produrre alcolici e perfino munizioni. Tutta quella melassa stava attendendo di essere trasferita all’impianto situato tra Willow Street e l’attuale Evereteze Way per essere lavorata.

Il 15 Gennaio era una giornata insolitamente mite: in un paio di giorni la temperatura era infatti passata da -17 a quasi 5 gradi. Proprio questo repentino sbalzo è stato indicato tra le cause dell’evento che stava per verificarsi: dopo un terrificante rombo e un inquietante tremolio del terreno, la cisterna collassò riversando sulle strade un’immensa onda di melassa alta fra  2,5 e 4,5 metri, che si muoveva alla velocità di quasi 56 Km/h. I palazzi nelle vicinanze furono divelti dalle fondamenta e distrutti come case giocattolo; un treno fu sbalzato dai binari; lo spostamento d’aria risucchiò persone e cose, lanciandole a molti metri di distanza. Qualunque cosa si trovasse sulla strada dell’onda nera fu investita e uccisa. Animali e umani trovarono lo stesso destino e, più si dibattevano per cercare di uscire dalle appiccicose sabbie mobili, più affogavano.

Una visuale del disastro.

I primi ad arrivare furono i 116 cadetti della nave USS Nantucket, seguiti dalla Polizia di Boston, dalla Croce Rossa e dall’Esercito. Le ricerche di superstiti si interruppero dopo 4 giorni; alcuni morti erano talmente “glassati” da risultare irriconoscibili. Il conto finale ammontava a 150 feriti gravi e 21 morti. Il grande numero di volontari permise di ripulire la città in due settimane, ma il porto di Boston restò marrone di melassa fino all’estate.

I residenti intentarono causa alla società proprietaria della cisterna, la United States Industrial Alcohol Company che, nonostante cercasse di addossare la responsabilità della tragedia agli anarchici (che avrebbero così voluto protestare contro l’uso pro-esercito di parte dell’alcool prodotto), venne giudicata colpevole e condannata a pagare 600.000 $  di risarcimento (più di 6 milioni attuali).

Il Boston Post dà notizia dell’alluvione.

Quali furono le cause della Great Boston Molasses Flood?

Come ho anticipato, lo sbalzo termico fu ritenuto da molti la causa scatenante. Esso, unito alla pressione interna causata dalla fermentazione della melassa, avrebbe aperto una falla alla base della cisterna, responsabile dell’esplosione e della totale fuoriuscita del materiale.

Da non trascurare, poi, l’incapacità dell’ingegnere responsabile del progetto, Arthur Jell: questi, preso dall’ansia di terminare la costruzione in tempo per l’arrivo del primo carico, trascurò di eseguire i test di sicurezza, con il risultato che, già prima dell’esplosione, i residenti raccoglievano la melassa che fuoriusciva dalle giunture della cisterna. Quest’ultima, poi, dall’anno della sua costruzione era stata riempita al limite della capacità solo otto volte, costringendo l’intera struttura a una pressione ciclica devastante. A questo proposito, secondo una leggenda urbana, la United States Industrial Alcohol Company avrebbe stipato la cisterna oltre il limite già sul finire del 1918, per poter continuare a produrre rhum in caso di approvazione del Proibizionismo. Peccato che la Compagnia producesse soprattutto alcool per uso industriale, esente dalle restrizioni del Proibizionismo! Fa parte della leggenda anche l’ineffabile risposta che Jell avrebbe dato a un impiegato allarmato dalle continue fuoriuscite di melassa: “dipingete la cisterna di marrone, così le perdite si noteranno meno!”

Attualmente, sul luogo del disastro sorge un centro ricreativo, il Langone Park; lì vicino si trova il Puopolo Park, al cui ingresso la Bostonian Society ha collocato una placca commemorativa di quello che i locali chiamano “The Boston Molassacre”. I residenti affermano che, nelle calde giornate estive, l’intero centro della città esala ancora un pungente odore di melassa. Sarà vero?