GLORIA RAMIREZ, LA DONNA TOSSICA

Gloria Ramirez.

No, non è una super eroina dei fumetti Marvel, né un personaggio di fantasia, nonostante la sua storia abbia fornito la base per un episodio di X-Files e Grey’s Anatomy. Quella di Gloria Ramirez è una sconcertante storia vera assurta al rango leggenda metropolitana per la sua stranezza e per l’impossibilità di fornirne una spiegazione del tutto soddisfacente.

Il 14 Febbraio 1994, poco dopo le otto di sera, una donna di 31 anni affetta da tumore alla cervice, Gloria Ramirez, venne portata al pronto soccorso dell’ospedale di Riverdale, nel Sud della California. Il battito cardiaco era accelerato, la pressione del sangue al minimo e il respiro irregolare. I paramedici le iniettarono il cocktail di rito per una persona nelle sue condizioni: Valium, Ativan e Versed per calmarla, Bretylium e Lidocaina per regolarizzare il battito cardiaco. Maureen Welch, terapista respiratoria, collegò la donna a una maschera a ossigeno; visto che Gloria non rispondeva, provarono con la defibrillazione. Quando la spogliarono, il personale medico vide che la pelle era oleosa e notò un odore smile all’aglio provenire dalla sua bocca.

L’infermiera Susan Kane si apprestò a prelevare un campione di sangue per le analisi; mentre la siringa si riempiva, Kane notò un odore chimico e, insieme a Welch, provò a individuarne la fonte. Welch annusò la siringa: “Pensavo che avrei sentito il tipico odore putrido che la chemioterapia dà al sangue delle persone malate, invece sentii un sentore di ammoniaca”. Un’altra infermiera, Julie Gorchynski, notò delle particelle brunastre che galleggiavano nel sangue.

Il pronto soccorso del Riverside.

All’improvviso, Kane si voltò verso la porta e svenne. Si sentiva il viso in fiamme. Venne portata velocemente fuori dalla stanza, ma subito dopo anche Gorchynski iniziò a lamentare  una forte nausea e svenne. Il suo corpo era preda delle convulsioni; smetteva di respirare per parecchi secondi per poi tirare un paio di respiri affannosi. La terza a soccombere fu Welch: “Ricordo che sentii qualcuno urlare. Quando mi svegliai, non riuscivo a controllare i movimenti degli arti”.

Molti altri membri dello staff si sentirono male e l’ospedale dichiarò lo stato di emergenza interna. Tutti i pazienti del pronto soccorso furono evacuati nel parcheggio dell’ospedale, mentre un gruppo di medici ridotto all’osso cercava disperatamente di salvare la vita di Gloria. La donna fu dichiarata morta alle 20.50 e il suo corpo fu messo in isolamento.

23 dei 37 membri dello staff si sentirono male quella notte. Gorchynski fu quella più gravemente colpita: passò due settimane in terapia intensiva, dove soffrì di apnea, pancreatite, epatite e necrosi avascolare, una patologia per cui il tessuto dell’osso non riceve abbastanza sangue e inizia a morire.  La necrosi le attaccò le ginocchia, e la donna dovette usare le stampelle per mesi.

Verso le 23 arrivò al Riverside una squadra specializzata in materiali tossici e iniziò a cercare il punto d’origine di tutta quella devastazione, ma nella stanza in cui Gloria era morta non si trovò niente di potenzialmente pericoloso. I patologi dell’ospedale, quindi, impacchettati in tute a tenuta stagna, iniziarono un’autopsia di 90 minuti sul corpo senza vita della donna, dalla quale riemersero con campioni di sangue e tessuti. Quando anche le analisi del coroner non portarono a conclusioni determinanti, venne chiesto l’aiuto del Lawrence Livermore National Laboratory, un  centro di studi forensi il cui capo era Brian Andresen: il suo team avrebbe analizzato il sangue e i tessuti di cuore, polmoni, cervello, reni e fegato di Gloria. Dalle prove emersero tre elementi interessanti:

  • Un’ammina non identificata, che avrebbe potuto generare l’odore simil ammoniaca da molti avvertito al pronto soccorso. Secondo la sua ipotesi, il corpo di Gloria l’avrebbe prodotta durante la scissione del Tigan, un medicinale usato per contrastare la nausea.
  • Della nicotinammide, vitamina cruciale per la vita umana ma rintracciabile anche in droghe letali come le metanfetamine. Dato il suo costo contenuto e gli effetti di euforia che produce, gli spacciatori la usano spesso per tagliare la droga.
  • Del Dimetilsolfone, a volte prodotto dagli amminoacidi che contengono zolfo presenti nel nostro corpo. Scisso dal fegato, il Dimetilsolfone ha una vita media di tre giorni nelle persone sane, ma nel sangue di Gloria ce n’era un’altissima concentrazione.

Il Dimetilsolfone, però, non avrebbe potuto da solo spiegare i mancamenti e le malattie sviluppate da quelli che erano stati a contatto di Gloria al pronto soccorso. Nonostante le inusuali scoperte fatte da Andresen, l’inchiesta era a un punto morto.

Durante una conferenza stampa tenutasi il 29 Aprile, si comunicò che la causa di morte ufficiale di Gloria era stata aritmia cardiaca provocata dal collasso dei reni, stremati dal tumore della cervice. Anche così, però, il malessere del team del pronto soccorso rimaneva inspiegabile. Le dottoresse Ana Maria Osorio e Kirsten Waller fecero dei colloqui con le persone che avevano lavorato a contatto con Gloria la sera del 14 Febbraio, e scoprirono che erano le donne ad aver maggiormente risentito della sua vicinanza, così come quelli che avevano saltato la cena ed erano a stomaco vuoto. Tutto questo spinse a declassare la faccenda come isteria di massa, scatenata forse dall’ ”odore di morte”, come venne definito, del sangue della paziente.

Questa conclusione spinse Julie Gorchynski, che aveva chiesto 6 milioni di dollari di danni al Riverside, a denunciare l’ipotesi di isteria di massa, sottolineando che al pronto soccorso erano tutti professionisti esperti  e che quella conclusione era dettata da manovre politiche o da ignoranza. Anche Susan Welch si infuriò per la sentenza, e decise di rivolgersi ancora una volta a Andresen chiedendogli di riaprire le indagini e di scoprire la verità. Stavolta Andresen coinvolse anche Grant, il suo vice direttore, mettendogli a disposizione tutti i documenti e le informazioni sulle stranezze rinvenute dalle analisi precedenti. Grant, colpito dalle molte testimonianze relative a un odore simile all’aglio e dalla pellicola oleosa sul corpo di Gloria arrivò a una conclusione: il colpevole poteva essere il Dmso.

Il Dmso è un gel che, negli anni ’60, ebbe un’ampia popolarità come rimedio contro dolori muscolari e artrite. La ricerca scientifica ne sottolineò la prodigiosa capacità di lenire i dolori cronici e diminuire l’ansia, ma quando i test sugli animali dimostrarono che l’uso prolungato del Dmso poteva danneggiare la retina, la Food and Drug Administration ordinò alle compagnie produttrici di sospenderne i test, per poi approvare nel 1978 una soluzione di Dmso diluita al 50% per il trattamento della cistite interstiziale. Nonostante questa limitazione, si può dire che praticamente tutti usassero il Dmso, dagli atleti alle persone comuni.  Peccato però che il Dmso in commercio e non prescritto dai medici fosse puro al 99%.

Il nome tecnico del Dmso è Dimetilsolfossido che, a differenza del Dimetilsolfone che Andresen aveva trovato in precedenza, ha un atomo di ossigeno, non due. Anche se Gloria avesse fatto uso di massicce dosi di Dmso per alleviare il dolore provocato dal tumore e se il Dmso si fosse combinato con il Dimetilsolfone presente nel suo corpo, nulla avrebbe spiegato le crisi cardiache e respiratorie, le necrosi, il coma, la paralisi ecc. riscontrate dallo staff medico.

Formula chimica del Dimetilsolfossido.

Grant si chiese: Visto che il Dmso reagisce all’ossigeno e forma il Dimetilsolfone, che cosa si ottiene se al Dimetilsolfone si aggiunge altro ossigeno? La risposta è: Dimetilsolfato.

Gli effetti del Dimetilsolfato possono essere devastanti: i suoi vapori uccidono le cellule di tessuti esposti come occhi, labbra, polmoni. Delirio, coma, paralisi e convulsioni, uniti a danni a lungo termine a cuore, fegato e reni sono le conseguenze del suo assorbimento all’interno dell’organismo. Non a caso il Dimetilsolfato è usato anche come arma chimica. La cosa più interessante è che, tranne il vomito e la nausea, tutti i sintomi riportati dallo staff potevano essere collegati al Dimetilsolfato.

Era però possibile che il corpo di Gloria avesse generato il Dimetilsolfato? E se sì, come?

La formula chimica del Dimetilsolfato.

Dei vari scenari suggeriti, il team di Livermore ne scelse uno che sembrava il più convincente: Gloria aveva fatto pesantemente uso del Dmso per alleviare i lancinanti dolori del tumore. Una volta che i suo reni erano collassati e la donna era stata raccolta dall’ambulanza, i paramedici avevano cercato di mantenerla in vita premendole sul viso una maschera a ossigeno. Le molecole di ossigeno, combinate al Dmso presente nel suo corpo, si sarebbero combinate a formare alti livelli di Dimetilsolfone. E in che modo il Dimetilsolfone si sarebbe poi trasformato nel letale Dimetilsolfato?

Secondo gli scienziati del Livermore, alcune molecole di Dimetilsolfone nel sangue di Gloria si sarebbero rotte, unendosi ai solfati presenti naturalmente nell’organismo, formando il Dimetilsolfato. Quando l’infermiera effettuò il prelievo di sangue su Gloria, la siringa si riempi di Dimetilsolfato, alcune molecole del quale fuoriuscirono dalla siringa e avvelenarono lo staff dell’ospedale.

Questa spiegazione scatenò pareri molto contrastanti nella comunità scientifica: alcuni ne rimasero totalmente convinti, altri sottolinearono che il Dimetilsolfone di solito non si “spezza” all’interno del corpo, che il Dimetilsolfato provoca per prima cosa irritazione agli occhi e lacrime (sintomi mai riportati da alcun membro dello staff), e che gli effetti del Dimetilsolfato si vedono solamente dopo parecchie ore.

La sorella di Gloria denunciò come quest’ultima fosse stata trattata come un “mostro tossico” e che, nonostante la causa della morte fosse stata imputata al cedimento dei reni, non fosse stato possibile riavere il corpo se non dietro minacce di denuncia e solo dopo nove settimane, quando ormai, a causa delle pessime condizioni in cui era stato conservato, era ormai malamente decomposto.

Gloria fu seppellita all’Olivewood Memorial Park di Riverside in una tomba senza nome, portando con sé quello che, ancora oggi, rimane uno dei misteri più controversi nella storia della medicina.

LINCOLN, IL SOVRANNATURALE E IL TRENO FANTASMA

Abraham Lincoln, un Presidente spiritista.

“Circa dieci giorni fa sono andato a dormire presto. Sono sprofondato in fretta nei sogni. Sembrava che su di me fosse calata un’immobilità simile a quella della morte. Poi ho sentito dei singhiozzi sommessi, come se molte persone stessero piangendo. Pensai di aver lasciato il mio letto per vagabondare al piano di sotto. Lì il silenzio era interrotto dagli stessi penosi singhiozzi, ma le persone che li emettevano erano invisibili. Vagai di stanza in stanza; non c’era nessun essere umano in vista e, nonostante ciò, al mio passaggio incontravo i soliti suoni luttuosi. Tutte le stanze erano illuminate; ogni oggetto mi era familiare, ma chi erano le persone che piangevano come se il loro cuore si stesse spezzando? Ero confuso e allarmato. Cosa poteva significare tutto questo? Determinato a trovare la ragione di una situazione così misteriosa e sconvolgente, arrivai fino alla East Room.

Davanti a me stava un catafalco su cui giaceva un corpo avvolto in abiti funebri. Attorno a esso stavano soldati che fungevano da guardie; e c’era una fila di persone, alcune con gli occhi tristi fissi sul cadavere, il cui viso era coperto, altre che piangevano da fare pietà.

“Chi è morto alla Casa Bianca?” domandai a una delle guardie.

“Il Presidente – rispose – E’ stato ucciso”.

E, a queste parole, dalla folla salì un’esplosione di dolore tale, che mi riscosse dal mio sonno. Quella notte non ho più dormito. E, nonostante fosse un sogno, non ha smesso di perseguitarmi”.

Questo sogno premonitore, raccontato da Lincoln alla moglie Mary Todd e all’amico Ward Hill Lamon, incaricato di vegliare sulla sua sicurezza, mostra come la vita del Presidente sia stata costellata di visioni, premonizioni, fantasmi; perfino la sua morte entrerà nel regno del paranormale.

Oltre al sogno riportato sopra, Lincoln ebbe numerosi incontri col paranormale; tra i più celebri, una strana esperienza con uno specchio poco dopo aver vinto le elezioni ed essere diventato Presidente degli Stati Uniti.

Provato dalle emozioni della giornata e dalle fatiche elettorali, Lincoln crollò su una poltrona nella sua camera da letto, vicino alla quale stava uno specchio. Quando gettò uno sguardo sulla superficie lucida, gli parve di vedersi sdoppiato: la punta del naso era ad almeno tre centimetri di distanza da quella di un altro viso, identico al suo ma dal colorito livido, spettrale, come quello di un cadavere.

Nonostante sua moglie Mary non fosse stata testimone di questo fenomeno, avanzò un’interpretazione suggestiva: il primo viso, identico a quello reale, indicava che Lincoln avrebbe terminato il suo primo mandato; quello simile a un fantasma indicava che sarebbe stato rieletto, ma non avrebbe mai portato a termine il secondo mandato.

Lo stesso Lincoln, fatalista convinto, era sicuro che sarebbe morto in modo improvviso e violento.

Willie Lincoln, il figlio prediletto.

Un episodio particolarmente doloroso, se non il più doloroso della sua vita, fu la morte del figlio prediletto, Willie, a soli 12 anni. Da quel momento Lincoln affermò di sentire la presenza del bambino in tutta la casa e nel suo studio, e molte testimonianze raccontano di come l’uomo fosse solito tenere d’occhio la porta del suo studio, come se da un momento all’altro si aspettasse di vedere entrare Willie che spesso, quando era vivo, interrompeva i suoi giochi per correre ad abbracciarlo. Alcuni spiritisti avanzarono l’ipotesi che il fantasma del bambino, per amore del padre, rifiutasse di passare dall’altra parte.

L’incontro dei coniugi Lincoln con lo spiritismo risale probabilmente al periodo successivo alla morte di Willie; anche il declino verso l’instabilità mentale di Mary Todd, dovuta al devastante dolore per la perdita del figlio, può avere spinto la coppia a voler sollevare il “velo sottile” che separa i vivi e i morti. Nettie Colburn Maynard era una medium amica di Mary, ed è probabile che lo stesso Lincoln la conoscesse. Molti ricordano un aneddoto risalente al 1863 quando, durante una seduta spiritica, un pianoforte appartenente a Nettie Maynard iniziò a levitare; Lincoln e il colonnello Simon Kase cercarono di riportarlo a terra saltandogli sopra, col risultato che l’ingombrante oggetto iniziò a tremare e a scuotersi così forte da costringere i due uomini a scendere. Lincoln, più tardi, definì quella levitazione come “la prova di un potere invisibile”.

Nettie Colburn Maynard.

Sempre nel 1863 e sempre con Nettie Maynard a fare da medium, Lincoln parlò con uno spirito, tale Dr. Bamford, che sembrava essere ben informato della situazione delle truppe al fronte, delle quali fece un’accurata descrizione. Lincoln chiese allo spirito cosa avrebbe fatto nella sua situazione, e il Dr. Bamford gli suggerì una visita informale al fronte con la moglie, per parlare con gli uomini, ascoltarne le storie e i reclami: questo avrebbe alzato il morale delle truppe, che avrebbero riposto completamente in Lincoln la loro fiducia. Il fatto di seguire il consiglio dello spirito, in un momento critico della guerra, costellata di vittorie avversarie, è da molti indicato come il momento di svolta della guerra di Secessione.

E’ documentato un altro episodio che rivela la familiarità di Lincoln con visioni e premonizioni: una notte il Presidente si fiondò nell’ufficio del telegrafo del Dipartimento della Guerra in preda al panico e ordinò all’operatore di mettersi in contatto con i comandanti dell’Unione. Era convinto che i soldati Confederati avrebbero presto messo in atto un assalto. Quando l’operatore gli chiese come avesse fatto ad avere quell’informazione, pare che Lincoln rispose: “Dio mio, io l’ho visto!”

Mary Todd Lincoln.

Molti spiritisti vicini al Presidente sentivano che la sua fine era segnata. Nettie Maynard gli parlò di “ombre nere sulla sua testa” e rispose “verrò, se sarete ancora tra noi” a un invito di Lincoln per l’autunno seguente.  Verso la fine della sua vita, le lettere provenienti da spiritisti di tutto il Paese che lo avvertivano della fine imminente diventarono sempre più frequenti.

Lincoln morì il 15 Aprile 1665 in seguito a un colpo di arma da fuoco sparato da John Wilkes Booth, attore e spia al servizio dei Confederati.

Il convoglio che portò il corpo di Lincoln da Washington a Springfield.

Da qui in poi, la morte del sedicesimo Presidente degli Stati Uniti entra nel regno del paranormale: contro i desideri di Mary Todd, venne organizzato un convoglio ferroviario che avrebbe portato il feretro di Lincoln attraverso città grandi e piccole, in modo che i cittadini potessero porgergli un ultimo saluto. Il treno partì da Washington D.C. il 21 Aprile per finire il “tour” a Springfield, Illinois, il 3 Maggio, ma furono aggiunte molte tappe per permettere al maggior numero di persone di dare un’ultima occhiata al grande leader. A bordo c’erano un becchino e un imbalsamatore, il cui solo compito era conservare il corpo di Lincoln, che non era imbalsamato, il più a lungo possibile: per questo, quando il viaggio cominciò, il cadavere fu ricoperto di ghiaccio. Le fermate si fecero più frequenti anche per consentire a sei persone addette allo scopo di deporre fiori freschi e ghirlande intorno alla cassa, in modo da mascherare l’odore di decomposizione. Sul treno si trovavano anche un picchetto d’onore e 300 persone in lutto, oltre alla bara del piccolo Willie, esumato per poter essere seppellito a Springfield insieme al padre. Per il 2 Maggio, il cadavere era così malridotto che le folle ne erano spaventate ma, per fortuna, il corpo di Lincoln arrivò a destinazione il 3 Maggio e fu seppellito.

Il treno fantasma di Lincoln in un disegno di Madame Talbot.

Da quel momento, ogni anno, a fine Aprile, le persone che abitavano sul passaggio originale del convoglio iniziarono a raccontare di un treno spettrale che avanzava silenzioso lungo le rotaie. Secondo le testimonianze, anche molto recenti, il treno emette una tenue luce azzurrina e non produce alcun rumore. Il treno trasporterebbe una banda composta di scheletri abbigliati in uniformi dell’Unione, impegnati a suonare una musica che nessuno può sentire. Sul secondo vagone si trova la bara del Presidente, circondata da un picchetto d’onore formato da scheletri in uniformi sia dell’Unione che dei Confederati. Non importa quanto faccia freddo: al passaggio del treno l’aria intorno ai binari diventa calda e immobile; gli orologi si fermano per sei minuti e tutti i treni viaggiano con un ritardo di sei minuti. I passaggi a livello impazziscono e si alzano come per far passare un convoglio invisibile. Se il treno fantasma ne incrocia uno reale, quest’ultimo scompare dentro il primo e il suo sferragliare diventa silenzioso. Secondo alcune versioni, i treni sono due: uno traina numerose carrozze, tutte drappeggiate di nero, tra cui una da cui esce della musica funebre. Il secondo traina una sola carrozza scoperta che mostra la bara di Lincoln.

WEIRD VINTAGE 3 – LA MORGUE DI PARIGI

Morgue di Parigi, 1880.

Questa è l’unica fotografia esistente, scattata nel 1880, della Morgue di Parigi, il famoso obitorio aperto al pubblico che diventò per molti parigini  del secolo scorso fonte di svago e brividi di paura a buon mercato: i corpi, infatti, venivano  lasciati in vista dietro una vetrata in modo che eventuali conoscenti o familiari potessero riconoscerli. Indimenticabile è la descrizione che  Zola fa della Morgue di Parigi nel suo “Thérèse Raquin“:

Quando (Laurent) entrò, un odore insapore, di carne lavata di fresco lo disgustò e gli fece scorrere brividi per tutta la pelle; l’umidità delle pareti sembrava aggiungere densità ai suoi vestiti, che pendevano pesanti dalle sue spalle. Si diresse difilato al vetro che separava i cadaveri dagli spettatori e, premendovi contro il volto pallido, si mise a scrutare. Davanti a lui si stendevano file di lastre grigie e, su di esse, i corpi nudi formavano macchie verdi e gialle, bianche e rosse. Mentre alcuni mantenevano la loro naturale condizione nella rigidità della morte, altri sembravano grumi di marcescente carne sanguinante. Dietro a essi, contro il muro, pendevano alcuni miserabili stracci, gonne e pantaloni, che si raggrinzivano contro il nudo gesso“.

Esorto quelli che ancora non l’hanno fatto a leggere questo bellissimo romanzo di tradimento e omicidio, anche perché la descrizione di Morgue e cadaveri non si ferma qui!

 

FANTASMI AL NIGHT CLUB

“Johanna ha cercato di spingermi giù da una scala molto ripida; ho visto un fantasma di nome Pearl che teneva una testa sotto il braccio e non smetteva di ripetere  “Oh, la mia testa, la mia povera testa”. C’era un fantasma di nome Scott che continuava a urlarle contro che era colpa sua se lui e il suo amico Alonzo erano morti. Ho visto fantasmi nel bagno, sul palco, nell’appartamento del custode, nel bar. Ce n’erano ovunque”.

Echo Bodine, sensitivo e scrittore.

Il Bobby Mackey's Music World, uno dei luoghi più infestati d'America.

Licking Pike, a Newport, è una lunghissima, polverosa e anonima strada che costeggia il fiume Licking e la ferrovia. Se si guida lungo quella strada, si arriverà a un parallelepipedo basso e grigio, illuminato da una grossa insegna pacchiana. Bene, siete arrivati al Bobby Mackey’s Music World, uno dei luoghi più infestati d’America.

Per 40 anni, nel 1800, l’edificio che ora ospita il locale di musica country di Bobby Mackey fu usato come mattatoio. A causa della grande quantità di sangue versato e per la particolare conformazione del Licking River, uno dei due soli fiumi al mondo che scorre verso nord, l’edificio attirava numerosi gruppi di satanisti. Proprio Satana ha il suo zampino nell’omicidio che si consumò lì nel 1896 ai danni di Pearl Bryan, una 22enne originaria di Greencastle, figlia di un facoltoso agricoltore. Il suo corpo decapitato fu ritrovato nelle vicinanze del mattatoio e del delitto furono incolpati Alonzo Walling e Scott Jackson.

Facciamo un passo indietro: la storia parte con Scott Jackson, un impiegato della Pennsylvania Railroad Company, azienda che dovette abbandonare con l’accusa di appropriazione indebita.  Fuggì quindi a Greencastle, nell’Indiana, dove iniziò a risiedere per frequentare le lezioni di odontoiatria all’Università.

Nel 1893, durante una visita alla madre, Jackson incontrò Pearl Bryan, descritta come “attiva in chiesa e nella Scuola Domenicale, vivace e molto amata dai suoi familiari”. I suoi occhi azzurri, i capelli biondi dai riflessi ramati, la carnagione perfetta non mancarono di fare colpo su Jackson e nemmeno Pearl rimase indifferente al suo fascino dato che, con la complicità del cugino Will Wood, organizzava rendez vous segreti ogni volta che l’uomo si trovava in città.

L'unica foto conosciuta di Pearl Bryan.

Nel 1896 Pearl scoprì di essere incinta e chiese aiuto a Woods, che scrisse a Jackson; questi rispose a Woods di mandare la ragazza a Cincinnati. Pearl arrivò alla Cincinnati’s Grand Central Station la notte del 28 Gennaio 1896.

Ciò che successe poi è degno dei peggiori film splatter: Jackson cercò di praticare un aborto, allora illegale, con l’aiuto del compagno di studi odontoiatrici Alonzo Walling, usando proprio i ferri da dentista. A Pearl fu somministrata una forte dose di cocaina, non si sa se per attutire il dolore o per cercare di indurre chimicamente l’aborto. Ogni tentativo fallì: il gruppetto lasciò Cincinnati e attraversò il fiume fino in Kentuky, vicino a Fort Thomas, trascinandosi dietro una Pearl terrorizzata, quasi uccisa dall’emorragia ma ancora tenacemente viva. In un campo lontano dalla strada, in un punto appartato vicino al quale ora sorge il Bobby Mackey’s Music World, Jackson e Walling, presi dal panico per la piega che aveva preso la vicenda, decapitarono Pearl e ne abbandonarono il corpo nell’erba. La successiva autopsia rivelò che la ragazza era ancora viva quando i primi colpi di lama si abbatterono su di lei.

Scott Jackson.

Due giorni dopo l’arrivo di Pearl a Cincinnati, John Hewitt si trovò ad attraversare proprio quel campo, che apparteneva al suo capo, John Lock. Mentre camminava, si imbatté nel corpo di una donna con le gonne tirate fin sopra il capo e le gambe sollevate. Sulle prime l’uomo non fu scosso: come spiegò in seguito, “non sapevo se fosse morta o ubriaca. Molte donne della città avevano l’abitudine di andare là con i soldati. Era un posto isolato e lo usavano spesso per i loro appuntamenti galanti. Non era difficile trovarci delle donne ubriache”. Hewitt corse ad avvertire il suo capo, e presto arrivarono anche lo sceriffo e il Coroner Bob Tingley; ai piedi della donna trovarono segni di lotta e una pozza di sangue. Quando le abbassarono il vestito, scoprirono con orrore che la testa era scomparsa. Furono condotti sul luogo del delitto dei segugi che riuscirono a condurre la polizia fino al bacino idrico di Fort Thomas; prosciugato, non restituì purtroppo la tanto agognata testa di Pearl Bryan, che non fu mai trovata. Il corpo fu spostato a Newport per l’autopsia e lo si identificò solo quattro giorni dopo grazie al codice del produttore su una delle sue scarpe.

Alonzo Walling.

Dopo che si scoprì la lettera in cui Wood rivelava la gravidanza di Pearl a Jackson, quest’ultimo fu arrestato e il giorno successivo la stessa sorte toccò a Walling, poi i due iniziarono ad accusarsi a vicenda dell’omicidio. La polizia cercò in ogni modo di far loro confessare dove si trovasse la testa di Pearl, ma nessuno dei due aprì mai bocca al riguardo. Chi li conosceva bene sostenne che non avrebbero mai parlato per timore di inimicarsi il Demonio, al quale avrebbero offerto la testa in sacrificio durante un rituale satanico all’interno del vecchio mattatoio.

Il fratello di Pearl, Fred, arrivò a Newport per prendere in consegna il corpo della sorella e portarlo alle pompe funebri John P. Epply a Cincinnati; in un estremo tentativo di fare appello alla loro umanità, la polizia portò Jackson e Walling all’obitorio, dove giaceva il corpo decapitato della ragazza, abbigliato nel vestito della cerimonia del diploma. Come avrebbero fatto durante tutto il processo, i due rimasero freddi e impassibili anche davanti alla disperazione dei familiari di Pearl, che li imploravano di ridare loro la testa della ragazza.

Pearl fu infine seppellita al cimitero di Greencastle. Ancora oggi molte persone lasciano sulla sua tomba un penny con la testa di Lincoln, così che la ragazza abbia una testa quando arriverà il momento della resurrezione.

Sia Jackson che Walling, dopo due brevi processi, furono trovati colpevoli di omicidio e condannati all’impiccagione. Il giorno della loro morte i due uomini furono descritti come “impudenti e spavaldi”, come si erano sempre dimostrati. La sentenza era fissata per le 9 di mattina; alcuni minuti prima di quell’ora, Jackson disse che aveva un annuncio da fare a proposito di Walling: “So che Alonzo M.Walling non è colpevole di omicidio”. Nei momenti frenetici che seguirono, Jackson fu lasciato solo alcuni minuti a riflettere sulla sua nuova versione; quando gli chiesero se avesse altri dettagli da fornire a discolpa di Walling, rispose che “non aveva nulla da aggiungere”, così l’esecuzione riprese da dove si era interrotta.

Di nuovo a Jackson fu chiesto quali fossero le sue ultime parole. Secondo un testimone oculare, “Jackson fece una lunga pausa prima di parlare. Walling si girò con uno sguardo ansioso, aspettandosi certo che l’altro pronunciasse le parole che l’avrebbero salvato, sebbene a un passo dalla morte. Jackson, senza guardarlo, volse gli occhi al cielo: “Ho solo questo da dire, non sono colpevole del crimine per il quale sto per pagare con la mia vita”. Anche a Walling fu chiesto quali fossero le sue ultime parole: “Non ho nulla da dire, salvo che state togliendo la vita a un uomo innocente e chiamo Dio a testimone di questa verità”.

L’impossibilità di ritrovare la testa di Pearl Bryant diede origine alla leggenda che si trovasse in fondo al pozzo del vecchio mattatoio, fulcro dell’attività satanica del luogo. Proprio da qui iniziarono storie, testimonianze e leggende di fantasmi e possessioni.

Un'antica foto del mattatoio.

Durante gli anni del Proibizionismo, il mattatoio fu trasformato in un covo per giocatori d’azzardo. Stando alla leggenda, molti uomini furono uccisi e i loro cadaveri occultati per tenere lontano la polizia, non tanto per gli omicidi in sé, quanto per il liquore che scorreva a fiumi e le scommesse clandestine. Nessuno di questi omicidi, quindi, fu mai risolto.

Finito il proibizionismo, il locale passò a un certo E.A. “Buck” Brady, il quale ne fece un casinò chiamato “The Primrose”; quando inziò a fare soldi, entrò nel mirino della malavita di Cincinnati che offrì a Brady di “entrare in affari”. Quando l’uomo rifiutò, gli atti di violenza e vandalismo aumentarono finché Brady, esasperato, finì con l’uccidere a colpi di pistola un piccolo gangster, Albert “Red” Masterson. Uscito di prigione, Brady giurò che il locale non avrebbe mai più prosperato come casinò e alcuni anni dopo morì sucida.

Il Primrose passò di mano e, negli anni ’50, fu ribattezzato “The Latin Quarter”, un luogo noto per le sue attività illecite e violente. In quel periodo la figlia del proprietario, Johanna, ballerina all’interno del casinò, si scontrò con il padre, che ostacolava la sua relazione con Robert Randall, il cantante del Latin Quarter. Quando Johanna rifiutò di troncare la relazione, suo padre fece uccidere Randall, col risultato che la ragazza avvelenò suo padre con l’arsenico e ne prese lei stessa una grossa quantità, andando a morire nelle cantine. Solo qualche tempo dopo si scoprì che Johanna era incinta di cinque mesi. Ancora adesso è possibile leggere su una parete della soffitta la poesia che la ragazza ebbe la forza di scrivere prima di morire e il suo fantasma è tra quelli avvistati più di frequente nei pressi del bar.

La poesia di Johanna sul muro della soffitta.

Negli anni ’70 il locale diventò un Hard Rock Café, chiuso poi nel 1978 per gli eventi sanguinosi che, a prescindere dal decennio, continuarono a insanguinarne le stanze.

Nel 1978 l’edificio fu acquistato dall’attuale proprietario, Bobby Mackey, un cantante country il cui nome completo (coincidenza?) è Robert Randall Mackey, proprio come l’amato di Johanna. Nonostante la resistenza della moglie, affatto persuasa dal decrepito e tetro edificio, Mackey lo acquistò, e il Bobby Mackey’s Music World iniziò subito a prosperare.

Il primo a notare alcune inquietanti stranezze fu Carl Lewison, il custode che abitava al piano superiore del locale. All’inizio nessuno prese sul serio le sue storie di luci che si accendevano all’improvviso, porte chiuse a chiave che si aprivano, juke box spenti che di punto in bianco trasmettevano canzoni degli anni ‘30-’40, in particolare “Anniversary Waltz”. Lewison fu il primo a notare “uomini neri” con cappelli da cowboy che gravitavano intorno al bancone del bar e fu il primo ad avere conversazioni con il fantasma di Johanna, che più volte si impossessò del suo corpo. Sembrava che le voci fossero più forti e insistenti nel seminterrato, dove si trovava il pozzo protagonista del sanguinoso passato di sacrifici rituali dell’edificio; fu quindi in questo periodo che il pozzo iniziò ad essere conosciuto come “Hell’s gate”,  cioè “Passaggio per l’Inferno”.

Mackey non si riteneva un credulone, e di conseguenza le storie di Lewison non lo preoccuparono affatto. Le cose cambiarono quando sua moglie Janet confermò di avere avuto strani incontri paranormali, spesso accompagnati da un forte profumo di rose, il preferito di Johanna. Un giorno, incinta di cinque mesi, la donna fu spinta dalle scale della cantina da una forza invincibile che le aveva urlato di andarsene. Per fortuna il bambino, nato prematuro, non subì danni, ma è strano pensare che sia Pearl che Johanna erano incinte di cinque mesi quando persero la vita. Quell’episodio persuase definitivamente Mackey della presenza di fantasmi nel suo locale.

Nel 1994 l’uomo fece esorcizzare il locale, ma senza risultati duraturi. Dovette anche sopportare la denuncia da parte di un cliente che sosteneva di essere stato attaccato nelle toilettes da un fantasma con un cappello da cowboy!

Le precauzioni non sono mai troppe da Bobby Mackey!

Ora Mackey ha fatto buon viso a cattivo gioco e organizza tour quotidiani a beneficio dei cacciatori di fantasmi e dei curiosi. Ha anche scritto una canzone (facilmente rintracciabile su Youtube) che fa parte del suo repertorio da molti anni, “The Ballad of Johanna”. Non sempre i fantasmi fanno male al business!

Lo scrittore Douglas Hensley ha scritto un libro sulla truculenta storia di satanismo e omicidi che circonda l’edificio: “Hell’s Gate – Terror at Bobby Mackey’s Music Wolrd”. E’possibile richiederne una copia direttamente sul sito del locale, oppure leggerne gratis alcuni capitoli a questo link: http://www.bobbymackey.com/hellsgate/HellsGateSample/

MELASSA ASSASSINA

W.C. Fields chiude il suo negozio “on account of molasses” nel film “It’s a Gift” (1934).

Boston, 1919. Al 529 di Commercial Street, vicino a Keany Square, incombeva una costruzione imponente, una visione che sarebbe di certo risultata bizzarra agli occhi di un moderno passante: un’ enorme cisterna alta 15 metri e larga 27, riempita di 2.300.000 gallonidi melassa.

A cosa poteva servire? In quegli anni la melassa era il dolcificante standard negli USA, e poteva essere messa a fermentare per produrre rhum e alcool etilico, fondamentale per produrre alcolici e perfino munizioni. Tutta quella melassa stava attendendo di essere trasferita all’impianto situato tra Willow Street e l’attuale Evereteze Way per essere lavorata.

Il 15 Gennaio era una giornata insolitamente mite: in un paio di giorni la temperatura era infatti passata da -17 a quasi 5 gradi. Proprio questo repentino sbalzo è stato indicato tra le cause dell’evento che stava per verificarsi: dopo un terrificante rombo e un inquietante tremolio del terreno, la cisterna collassò riversando sulle strade un’immensa onda di melassa alta fra  2,5 e 4,5 metri, che si muoveva alla velocità di quasi 56 Km/h. I palazzi nelle vicinanze furono divelti dalle fondamenta e distrutti come case giocattolo; un treno fu sbalzato dai binari; lo spostamento d’aria risucchiò persone e cose, lanciandole a molti metri di distanza. Qualunque cosa si trovasse sulla strada dell’onda nera fu investita e uccisa. Animali e umani trovarono lo stesso destino e, più si dibattevano per cercare di uscire dalle appiccicose sabbie mobili, più affogavano.

Una visuale del disastro.

I primi ad arrivare furono i 116 cadetti della nave USS Nantucket, seguiti dalla Polizia di Boston, dalla Croce Rossa e dall’Esercito. Le ricerche di superstiti si interruppero dopo 4 giorni; alcuni morti erano talmente “glassati” da risultare irriconoscibili. Il conto finale ammontava a 150 feriti gravi e 21 morti. Il grande numero di volontari permise di ripulire la città in due settimane, ma il porto di Boston restò marrone di melassa fino all’estate.

I residenti intentarono causa alla società proprietaria della cisterna, la United States Industrial Alcohol Company che, nonostante cercasse di addossare la responsabilità della tragedia agli anarchici (che avrebbero così voluto protestare contro l’uso pro-esercito di parte dell’alcool prodotto), venne giudicata colpevole e condannata a pagare 600.000 $  di risarcimento (più di 6 milioni attuali).

Il Boston Post dà notizia dell’alluvione.

Quali furono le cause della Great Boston Molasses Flood?

Come ho anticipato, lo sbalzo termico fu ritenuto da molti la causa scatenante. Esso, unito alla pressione interna causata dalla fermentazione della melassa, avrebbe aperto una falla alla base della cisterna, responsabile dell’esplosione e della totale fuoriuscita del materiale.

Da non trascurare, poi, l’incapacità dell’ingegnere responsabile del progetto, Arthur Jell: questi, preso dall’ansia di terminare la costruzione in tempo per l’arrivo del primo carico, trascurò di eseguire i test di sicurezza, con il risultato che, già prima dell’esplosione, i residenti raccoglievano la melassa che fuoriusciva dalle giunture della cisterna. Quest’ultima, poi, dall’anno della sua costruzione era stata riempita al limite della capacità solo otto volte, costringendo l’intera struttura a una pressione ciclica devastante. A questo proposito, secondo una leggenda urbana, la United States Industrial Alcohol Company avrebbe stipato la cisterna oltre il limite già sul finire del 1918, per poter continuare a produrre rhum in caso di approvazione del Proibizionismo. Peccato che la Compagnia producesse soprattutto alcool per uso industriale, esente dalle restrizioni del Proibizionismo! Fa parte della leggenda anche l’ineffabile risposta che Jell avrebbe dato a un impiegato allarmato dalle continue fuoriuscite di melassa: “dipingete la cisterna di marrone, così le perdite si noteranno meno!”

Attualmente, sul luogo del disastro sorge un centro ricreativo, il Langone Park; lì vicino si trova il Puopolo Park, al cui ingresso la Bostonian Society ha collocato una placca commemorativa di quello che i locali chiamano “The Boston Molassacre”. I residenti affermano che, nelle calde giornate estive, l’intero centro della città esala ancora un pungente odore di melassa. Sarà vero?